Dedicato agli operai e ai lavoratori, che fanno muovere l’economia ‘reale’ del Paese, per l’alto servizio prestato per lo sviluppo. Dedicato al ‘diritto al lavoro’ come ‘Bene Supremo’ da preservare. Dedicato a quei lavoratori che si sono sacrificati, affinché altri, dopo di loro, raccogliessero i ‘frutti seminati’ dei diritti. Dedicato a quelli che in epoca attuale, come i giovani francesi, sappiano chiedere nel giusto modo più equilibrio nel mondo del lavoro.

Dedicato a quelli che oggi fanno qualcosa per consegnare alla prossima generazione condizioni lavorative meno precarie. Dedicato a quanti avranno il coraggio, in Italia, di metter mano alle riforme in ambito del mondo del lavoro, per dare ad ognuno pari possibilità. Dedicato a quanti si sono imborghesiti ‘mentalmente’, affinché possano recuperare il valore supremo dell’uguaglianza. Dedicato a chi vive nella povertà, perché ha smesso di cercare lavoro. Dedicato ai ‘nuovi poveri’, al ‘proletariato senza prole’, a quei giovani che vorrebbero formarsi una famiglia, ma non possono permetterselo. Dedicato ai tanti che sono ‘disperatamente’ in cerca di lavoro, affinché possano avere la possibilità, quanto prima, di esprimere la loro ‘creatività’ al servizio della collettività. Dedicato a quelli che sanno capire il senso fondamentale della ‘Festa dei Lavoratori e del Lavoro’. Dedicato al mio amico Peppe, operaio in una “fabbrica di scarpe” aversana; dedicato a sua moglie, che per contribuire all’economia familiare “lava le scale” di quei miseri borghesi, che nemmeno si degnano di salutarla; dedicato ai loro figli, affinché possano capire il senso fondamentale della scuola e, così, capire la realtà. Dedicato a quelli che hanno capito che siamo tutti uguali. Il 1° Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione. “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire” fu la parola d’ordine, coniata in Australia nel 1855 e condivisa da gran parte del movimento sindacale, organizzato nel primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza. Dal congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori, la ‘Prima Internazionale’, riunito a Ginevra nel settembre 1866, scaturì una proposta concreta: “otto ore come limite legale dell’attività lavorativa”. A sviluppare un grande movimento di lotta sulla questione delle otto ore furono soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi. Lo Stato dell’Illinois, nel 1866, approvò una legge, che introduceva la giornata lavorativa di otto ore, ma con limitazioni tali da impedirne l’estesa ed effettiva applicazione. L’entrata in vigore della legge era stata fissata per il 1° Maggio 1867 e, per quel giorno, venne organizzata a Chicago una grande manifestazione. Diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città americana. Nell’ottobre del 1884 la ‘Federation of Organized Trades and Labour Unions’ indicò nel 1° Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno. Il ‘1° maggio’ nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l’idea è il congresso della ‘Seconda Internazionale’, riunito in quei giorni nella capitale francese: “Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i Paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”. Quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1° maggio, una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1° maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa spietatamente nel sangue. Il 1° Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti, 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo, a Milwaukee, la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago, furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all’attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l’11 novembre 1887. Il ricordo dei “martiri di Chicago” era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1° Maggio. Man mano che ci si avvicina al 1° maggio 1890, le organizzazioni dei lavoratori intensificano l’opera di sensibilizzazione sul significato di quell’appuntamento. Si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890: “Lavoratori, ricordatevi il 1° maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l’Internazionale!”. Intanto, si stava diffondendo un clima aspro e di tensione verso il mondo operaio pronto ad incrociare le braccia, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perché non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere. Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi. In Italia, il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica, sia per la giornata del 1° maggio che per la domenica successiva, 4 maggio. In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva. Del resto si tratta di una scommessa dall’esito quanto mai incerto: la mancanza di un unico centro coordinatore a livello nazionale, il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro sono di là da venire, rappresenta un grave handicap dal punto di vista organizzativo. Non si sa poi in che misura i lavoratori saranno disposti a scendere in piazza per rivendicare un obiettivo, quello delle otto ore, considerato prematuro da gran parte dei dirigenti del movimento operaio italiano o per testimoniare semplicemente una solidarietà internazionale di classe. Proprio per questo la riuscita del 1° maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori, che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un’iniziativa di carattere internazionale. In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa. Anche negli altri Paesi, il 1° maggio ha un’ottima riuscita: “Il proletariato d’Europa e d’America – afferma compiaciuto Friedrich Engels – passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti”. Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l’anno successivo. Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell’appuntamento e induce la ‘Seconda Internazionale’ a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la “Festa dei Lavoratori di tutti i Paesi”.