Inizia così la tradizione del 1° maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L’obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti.

La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento. Il 1° maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei “moti per il pane”, che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del ‘900, il 1° maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffragio universale e, poi, per la protesta contro l’impresa libica e contro la partecipazione dell’Italia alla guerra mondiale. Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta ? Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1° maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell’una e dell’altra parte. Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una “festa ribelle”, ma nei fatti è l’una e l’altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa. Il 1° maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell’obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore. Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione. Durante il fascismo, la ‘Festa del lavoro’ viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto ‘Natale di Roma’; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, anche se assume una connotazione ‘sovversiva’ in opposizione al regime, espressa nel simbolismo: dal garofano rosso all’occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria. All’indomani della Liberazione, il 1° maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani, che non hanno memoria della ‘Festa del Lavoro’, si ritrovano insieme nelle piazze d’Italia in un clima di entusiasmo. Appena due anni dopo, il 1° maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio. Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro Festa. Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, hanno portato al progressivo abbandono delle tradizionali forme di celebrazione della ricorrenza. Oggi un’unica grande manifestazione unitaria sintetizza il momento politico, mentre il concerto rock, che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani a Roma, sembra aderire perfettamente allo spirito del 1° maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti: “Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l’interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa dei sensi; e un’accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell’avvenire, naturalmente è portata a quell’esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa”. nicola palumbo