Lo spettacolo Non si può mai sapere, in cui si è esibita la compagnia giuglianese ‘Ma chi m’ ‘o ffa fa’, ha riscosso un buon successo tra gli spettatori del Rota In Festival, che si svolge a Mercato San Severino (Salerno). Lo spettacolo, scritto da Luciano Medusa e diretto da Ciro Cirillo e Alfredo Scarpato, che si sono esibiti anche in quanto protagonisti (rispettivamente il professore e il commissario), è un giallo psicologico che, come hanno dichiarato i registi nella nostra intervista, mette alla prova l’attenzione dello spettatore spostandola da un lato all’altro della scena e inducendolo, alla conclusione dello spettacolo, a domandarsi quanta finzione ci fosse all’interno della finzione stessa.
E’ stato dunque il professore a stuprare la ragazza? La ragazza ha mentito? Siamo davvero ciò che appariamo e ciò che diciamo di essere? Il semplice gesto del professore, che nell’ultima scena accende una sigaretta dopo aver dichiarato numerose volte di non fumare, stravolge tutte le conclusioni alle quali lo spettatore è potuto giungere immedesimandosi in uno spettacolo che ha portato in scena il genere poliziesco, alternando ad un’atmosfera abbastanza seriosa e tesa momenti di grande ironia e comicità. Alla fine dello spettacolo, ne abbiamo parlato con i registi Alfredo Scarpato e Ciro Cirillo.

Come mai avete presentato proprio questo testo al Rota in Festival?
Innanzitutto perché è un bel testo, molto complesso e che suggerisce molteplici interpretazioni. Poi perché è attuale, perché parla di cose che succedono realmente e quindi induce gli spettatori a riflettere sulla realtà che li circonda. Di solito la gente viene a teatro soltanto per passare qualche ora di spensieratezza e questo non giova molto al successo di questo spettacolo. E’ per questo che abbiamo cercato di lavorare molto sui momenti comici, in cui si sdrammatizzava il tema principale del testo cercando di ‘alleggerirlo’.
 
Avete appena detto che spesso la gente viene a teatro soltanto per ridere, per stare in allegria. Quanto pensate che sia importante, invece, proporre al pubblico qualcosa di diverso dalla solita commedia brillante?
Diciamo che è importante al 50%. Questo è anche uno dei motivi per cui, come dicevamo, abbiamo lavorato molto sui momenti comici del testo. E’ importante perché di cretinate se ne vedono già abbastanza in TV e perché il teatro è un grande momento di comunicazione e di crescita, in cui c’è molta più vicinanza tra chi è sul palcoscenico e chi assiste alla messa in scena. Allo stesso tempo, non bisogna mai dimenticare che il pubblico è abituato a ritmi diversi nel proprio vissuto quotidiano, e non sempre vuole fare introspezione attraverso gli spettacoli che viene a vedere: è per questo che è molto importante spezzare e far arrivare certi messaggi profondi con un sorriso.
 
Qual è stata la più grande difficoltà nel coordinare tutti questi attori di età e con esperienze diverse?
Proprio per via delle diverse esperienze non è stato facile. Chi è più anziano riesce a gestire con più facilità gli imprevisti in scena, mentre chi è più giovane tende spesso ad andare nel panico appena qualcosa non riga dritto. Nel nostro spettacolo giocavano un ruolo molto importante la musica e le luci: ci aiutano a creare l’atmosfera, accompagnano spesso gli attori nei loro monologhi e quindi fanno un po’ da dodicesimo personaggio.
 

 

Di red