Ancora una volta si notano dei punti contatto tra certi settori dell’economia parmense e la più sanguinaria organizzazione camorristica d’Europa, il Clan dei Casalesi. Questa volta si tratta del monopolio assunto dai prodotti della multinazionale di Collecchio, che in vaste zone del Sud era diventata monopolista di mercato a suon di bombe, gli imprenditori del posto costretti a chiudere per far posto al latte padano (così lo chiamavano certi leghisti prima del crack) sponsorizzato dalla Camorra, la gente costretta a pagarlo ad un prezzo al dettaglio che era il più caro d’Europa, versando così di fatto una tangente (quella che in Sicilia chiamano “pizzo”) per ogni goccia di latte bevuto.

Certo, sono stati i camorristi a fare tutto, pretendevano anche “un regalo” di 400 milioni di vecchie lire l’anno che da Collecchio arrivava puntuale, e guai a sgarrare con certa gente, questa era un’imposizione che a fronte di un monopolio così redditizio era una bazzecola assecondare. Purtroppo da Parma o da Collecchio mai nessuno aveva pensato di denunciare, chi ha denunciato è stato un imprenditore del sud che si è beccato la sua razione di bombe e quant’altro, siamo di fronte ad un caso di omertà parmense. Uno dei 12 imputati nel processo, che ha visto sfilare tra gli altri come testimoni anche Tanzi e Cragnotti, si chiama Filippo Capaldo per il quale l’accusa ha chiesto una pena di 19 anni e 4 mesi, quest’uomo figura anche tra i 27 arrestati nel blitz che nei giorni scorsi ha portato all’arresto anche di due immobiliaristi, “parmigiani del sasso” imparentati con i Zagaria di Casapesenna, accusati di ripulire a Parma e nel Nord Italia soldi che i casalesi hanno sottratto alla gente del Sud. Per adesso si parla di beni per un valore di circa 60 milioni di euro sequestrati, capitali che hanno prodotto beni, servizi e lavoro alla gente di Parma e del Nord. Per usare il lessico che usano molti nella civilissima città emiliana si può ben dire che “certi elementi di origine settentrionale ben si associano ad elementi di origine meridionale”.

Salvatore Pizzo