“Il Macero”, il monologo teatrale di e con Roberto Solofria (nella foto), tratto dal romanzo “Sandokan – Storia di Camorra” di Nanni Balestrini (edizione Einaudi), sarà rappresentato questa mattina alle 9.30 Opg di Aversa, nell’ambito di una rassegna promossa dalla Provincia. La rappresentazione, prodotta dalla Società Cooperativa “Mutamenti” di Caserta, fu portata in scena per la prima volta il 9 dicembre del 2004.

A differenza di qualcuno che per aver scritto un po’ di Camorra lamenta di essere stato minacciato, “Sandokan – Storia di Camorra” è un romanzo difficilmente reperibile nelle librerie perché ritirato dal commercio dalla casa editrice torinese, che ha voluto sospendere la distribuzione “per compiere un atto di autotutela seguito ad un paio di denunce per diffamazione presentate contro l’autore”, tre anni fa circa da Francesco Schiavone all’epoca capo indiscusso del clan camorristico dei Casalesi, che secondo una voce accreditata da un battage di stampa molto efficace minaccerebbe anche un altro autore. Anche la ristampa, prevista per l’estate del 2005, è poi rimasta un sogno nel cassetto, nonostante i giudici del tribunale di Torino lo abbiano considerato un testo “di interesse pubblico e di cronaca”. Nonostante l’attenzione dedicata dalla stampa, lo spettacolo, recentemente rappresentato al Festival della Letteratura di Asti, per poter essere veicolato e superare la “censura” dei circuiti teatrali tradizionali, è stato inserito nella programmazione dei Teatri d’Arte Mediterranei, un progetto che vuole portare il teatro in luoghi “difficili” o dove mancano tali strutture consentendo, così, al lavoro di Solofria di girare l’Italia meridionale. Tranne che ad Aversa, non è stato mai rappresentato a Casal di Principe o nei paesi limitrofi. In un’intervista pubblicata dal mensile “Narcomafie” nel settembre 2006, Solofria dichiara che gli è stato “consigliato” <>. L’uscita astigiana è stata possibile grazie all’Associazione “Libera – Piemonte”, alla Fondazione Teatro Stabile di Torino e all’Associazione “Il Libro Ritrovato”. Anche nel capoluogo piemontese il “Macero” è stato rappresentato. “Il Macero” fa parte di una trilogia alla quale Solofria sta lavorando, la cui seconda tappa riguarderà l’approfondimento sul boss della camorra Raffaele Cutolo con uno spettacolo che si intitolerà << ’O Professore >>. Il terzo atto, invece, riguarderà un personaggio che ha preferito ribellarsi a questo giogo millenario rappresentato dalla criminalità. ”Non sparate ci sono i bambini mi arrendo mi arrendo. Per carità state fermi ci sono le bambine mi arrendo ma non fate male alle bambine e a mia moglie”. Con queste parole Sandokan al secolo Francesco Schiavone di anni 44, la primula rossa della camorra campana, capo indiscusso del clan più feroce dell’Italia meridionale, quello dei Casalesi, ha accolto gli uomini della DIA di Napoli, con le sue bambine in braccio, consegnandosi agli uomini di Guido Longo quando ha capito che per lui non c’era più scampo. “Il Macero”, non indugia sulle “gesta” del boss, delle quali peraltro vi è ampia traccia nelle cronache giornalistiche e giudiziarie. E quando si sofferma sulle vicende del clan che negli anni Ottanta sfidò la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, lo far per descrivere, con un’imposizione surreale, il destino iperrealista di un paese alla deriva. Un paese in cui il cartello con la scritta “Benvenuti” è pieno di buchi di proiettili, in cui è “quasi” legale truffare le assicurazioni o esercitarsi al tiro contro il portone di una persona che ti è antipatica. Un paese in cui la cosiddetta modernità è giunta sotto forma di armi tecnologicamente avanzate o di auto di lusso e di telefoni cellulari, che l’uso di quelle armi consente di acquistare. Un paese in cui o diventi un “muschillo” (la sentinella di un boss) o frutta da macerare. Su un palcoscenico volutamente nudo, spoglio e squallido, Roberto Solofria, indossando gli abiti di un ragazzo sensibile e caparbio, racconta il disagio a vivere in una comunità in cui l’attitudine al delitto è divenuta scorza callosa, rimedio ad ogni ingiustizia. A tutto questo egli si ribella: prima parlando, decidendo di raccontare, di non tacere, e poi abbandonando la terra in cui è nato. La sua vorrebbe essere un’emigrazione morale, oltre che economica e sociale, un’emigrazione che nasce dal rifiuto di accettare l’abitudine alla morte che fa da sfondo ad una magra e indigesta esistenza contadina. “Il Macero” è una storia di una fuga, certo, è però anche, almeno nelle intenzioni, l’esposizione “chirurgica” di un taglio etico, politico nei confronti di un inferno quotidiano, quello dell’Agro-aversano, che non genera nemmeno eroi ma solo martiri.

Salvatore Pizzo