La complessa vicenda sull’asse Ranucci-Lavitola si arricchisce di un capitolo legale e politico dai toni accesissimi, che investe in modo diretto la nostra realtà locale. Gerolamo “Gimmi” Cangiano, parlamentare di Fratelli d’Italia originario di San Marcellino e vicepresidente della Commissione Ecomafie, ha deciso di rompere il silenzio: per sua firma è infatti partita una denuncia per calunnia e diffamazione aggravata contro la redazione di Report.

Il nucleo della controversia riguarda il presunto e clamoroso legame del deputato con un ipotetico progetto di attentato esplosivo ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci. Si tratta di uno scenario emerso inizialmente da una missiva anonima e in seguito ampiamente diffuso dagli organi di informazione.

Un colpo durissimo che Cangiano ha incassato prima di tutto sul piano personale e familiare: «Il primo pensiero è andato ai miei figli adolescenti, costretti a vedere l’immagine del proprio padre accostata in televisione a contesti di camorra e attentati dinamitardi».

Il parlamentare rispedisce al mittente ogni insinuazione, contestando una ricostruzione mediatica che finisce per penalizzare chi – pur essendo nato e cresciuto nella “Terra dei Casalesi” – porta avanti da anni una netta battaglia a viso aperto contro le mafie. Anzi, secondo Cangiano, la mossa per screditarlo potrebbe essere partita proprio dai clan locali: «Non è da escludere che il tentativo di infangarmi arrivi proprio da quei contesti criminali a cui le mie attività sul territorio creano disturbo», ha rimarcato.

A spingere il deputato verso le vie legali sono state la totale mancanza di scuse da parte del programma di Rai 3 e la diffusione di un colloquio intercettato tra Ranucci e il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto, nel quale le accuse private verso l’esponente di centrodestra venivano confermate.

Pur ribadendo la massima solidarietà a Ranucci, definito comunque «bersaglio di minacce gravissime», Cangiano ha giudicato «ambigui e preoccupanti» i rapporti venuti a galla tra il conduttore e Valter Lavitola.

Da queste premesse è nata la scelta di presentare un esposto formale alla Procura di Roma. Una decisione difesa dal deputato sammarcellinese come una doverosa tutela della propria onorabilità: «È inaccettabile essere coinvolti in accuse così infamanti in totale assenza di prove tangibili. Tutelare il mio nome e il prestigio delle istituzioni che rappresento è un obbligo morale».

Il confronto si sposta così dai microfoni della televisione alle aule di giustizia, mentre nel nostro territorio si moltiplicano le attestazioni di vicinanza e solidarietà nei confronti del deputato.

 

 

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