La Corte di Cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per Ciro Guarente, l’ex marinaio 39enne imputato per l’omicidio di Vincenzo Ruggiero, 25 anni, avvenuto ad Aversa il 7 luglio 2017.
Vincenzo, giovane attivista gay di Parete fu ucciso e fatto a pezzi in Via Boccaccio ad Aversa e poi interrato in un garage di Ponticelli, periferia orientale di Napoli.

Secondo le ricostruzioni la sera del 7 luglio, Guarente si presentò a casa del 25enne, che conviveva da poco con la sua ex fidanzata transessuale Heven Grimaldi, mentre quest’ultima era fuori città. Dopo una lite lo freddò con diversi colpi di pistola. Poi smembrò il corpo e lo trasportò a pezzi con la propria vettura fino a Ponticelli, dove lo cosparse di acido muriatico e cemento, nascondendo i resti in una botola del garage che in passato era adibito ad autolavaggio.

Per gli inquirenti Guarente, originario di San Giorgio a Cremano ma da tempo residente a Giugliano, avrebbe agito per gelosia, poiché voleva vendicarsi di quello che riteneva erroneamente un rivale in amore. Si era infatti convinto ci fosse una storia tra la sua ex compagna trans e la vittima.

I resti furono ritrovati dai carabinieri sotto un massetto di cemento, nel punto dove solitamente c’era il cane da guardia, tuttavia alcuni frammenti di testa e braccio non sono stati ancora ritrovati, nonostante le indagini accurate.

Quello di Vincenzo doveva sembrare un “allontanamento volontario”, ma Guarente fu incastrato dal sistema di  videosorveglianza situato davanti all’ingresso dell’edificio residenziale, dalle immagini registrate si notò il 39enne caricare il cadavere in auto. 

Una volta fermato, l’uomo riferì ai carabinieri di aver gettato il cadavere nel mare a Licola, dove per giorni si concentrarono le ricerche, fece poi sparire il telefonino e altri oggetti personali della vittima. Intanto, nelle acque del litorale domizio-flegreo nessuna traccia del cadavere che venne invece ritrovato il 29 luglio, nel garage situato in Via Scarpetta.

L’ex marinaio in un primo momento cercò di depistare le indagini, per poi confessare il delitto e collaborare con gli inquirenti della Procura di Napoli Nord. Indicò così il complice Francesco De Turris, che gli aveva dato la pistola, una calibro 7,65 usata per l’omicidio. De Turris fu condannato all’ergastolo in un altro processo. 

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