"Vedo che il nostro amico Epifani sta chiedendo a tutti di fare qualcosa per l’occupazione e l’economia e allora faccia qualcosa insieme a noi. Sarebbe davvero un disastro se la Fiat dovesse ritirare la sua proposta .Io prego il mio collega Epifani ad esprimersi e a dare la sua disponibilità. Si rischia di far diventare l’agone sociale e sindacale – continua – solamente il luogo di pretesto per far affossare di più il paese. La Cisl è pronta e speriamo che anche altri lo siano .
Non voglio neanche immaginare cosa significhi il mancato investimento della Fiat. L’assetto industriale del centro Sud ne sarebbe sconvolto". Lo ha detto Raffaele Bonanni parlando della vicenda dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, poi poco dopo è giunta la notizia che la Cisl, Uil e Ugl hanno firmato, mentre la Cgil no. Bonanni intervenendo dal palco di Levico Terme, ha detto. "Sono mesi e mesi che diciamo che senza muovere alcune leve, nella realtà italiana noi da questa storia della crisi non ne usciamo. La prima leva è l’evasione fiscale, ingiusta per lavoratori e pensionati, ma soprattutto pericolosa sul piano economico, perché quando la gente si impoverisce non spende e non compra i prodotti e i servizi che vengono costruiti nelle fabbriche. Il meccanismo della tracciabilità è la vera cartina di tornasole per capire se prendono per i fondelli oppure vogliono colpire gli evasori, i ladri del futuro. Questa soluzione che il governo non voleva e il litigio che c’è oggi all’interno della maggioranza riguarda questo e l’opposizione dovrebbe mettersi la mano sulla coscienza: La paura e la codardia che ha avuto quando con l’appoggio della Cisl, il ministro Visco fece la tracciabilità ma la ritirò subito rinviandola a tre anni dopo". "La seconda leva ha detto Bonanni riguarda il funzionamento della pubblica amministrazione e delle istituzioni: lo dico chiaro e tondo, qui non si tratta del posto di lavoro dei lavoratori, ma dei troppi, consigli comunali, regionali, provinciali, di quartiere, dei troppi assessori. Il federalismo che noi vogliamo si realizza solo se si ristruttura ogni livello amministrativo e istituzionale. Non abbiamo la forza di pagare questa quantità di dirigenza che come si vede spesso non dirige nulla". Poi è passato alla terza leva: "Non lo si ottiene solo con gli investimenti, perché investire in realtà sfasciate è come se in una rete idrica immetti cento litri d’acqua e ne escono venti, ne immetti duecento o trecento e ne escono sempre venti. Lo sviluppo si ottiene anche razionalizzando tutto ciò che non va, togliendo ancora gli ultimi pezzi di Unuone Sovietica presenti in Italia: centomila amministratori di municipalizzate, tutti mantenuti da noi. Non ho sentito ancora un sindaco, tranne quello di Torino, che abbia ammesso l’esistenza di sprechi nei comuni e che si può razionalizzare la spesa". Bonanni si è poi rivolto ai dipendenti del pubblico impiego: "Non vi abbandoniamo, se vi abbandonassimo abbandoneremmo la Cisl. Siete il cuore pulsante del nostro sindacato. Sul pubblico impiego -ha aggiunto Bonanni- siamo in disaccordo completo a mummificare la contrattazione. Se mummifichi la contrattazione freghi i lavoratori, ma anche il servizio". Il leader della Cisl ritiene che la "contrattazione di secondo livello per raggiungere maggiori livelli di produttività e di riposizionamento dei servizi. E’ da cinque o sei anni che taluni hanno preparato la polpetta avvelenata al pubblico impiego. Dal centrosinistra al centrodestra, ognuno con le proprie modalità ma nello stesso modo: nessuno degli schieramenti ha messo soldi nel bilancio dello Stato per rinnovare i contratti del pubblico impiego, neanche quando la crisi non mostrava la sua faccia cruda come quella che sta mostrando in questi giorni". Bonanni intesta alla Cisl il merito di aver attenuato i costi della crisi, considerando il recente provvedimento: "il peggiore, mitigato solo dalla nostra proverbiale attitudine al dialogo e a rappresentare gli interessi dei lavoratori. Quelli che nel corso di questi anni dicevano che nel pubblico impiego c’era no fannulloni erano in malafede, perché in modo indisturbato potevano nominare i loro dirigenti, in media uno ogni otto lavoratori. Potevano dare gli appalti alla sanità e le esternalizzazioni negli enti locali per gli amici degli amici, potevano nominare i loro primari, potevano fare tutto ciò che somiglia al saccheggio del pubblico impiego, coprendo tutto questo attraverso un luogo comune coltivato già molti anni fa in alcuni ambienti che istigavano all’invidia sociale. Almeno allora, forse, qualche punta di invida si poteva suscitare, ora addirittura sarebbe ridicolo perché la questione è davvero invertita: non c’è nulla da invidiare se non l’avere fatto diventare ‘paria’ molti e molti lavoratori del pubblico impiego. Non solo per le buste paga, ma anche per le condizioni in cui vivono nei loro uffici: senza attrezzature, né formazione continua, senza tutto ciò" Salvatore Pizzo