Enrico Fontana, giornalista e consigliere regionale del Lazio, nei giorni scorsi, a Parma, ha tenuto un’incontro dal tema: “Legalità e ambiente: il caso Emilia Romagna”. Un appuntamento organizzato dall’Associazione Donne Ambientaliste e da Libera contro le mafie. Fontana, dopo aver illustrato quelle che sono le implicazioni delle attività illegali svolte dalle organizzazioni criminali nel territorio
emiliano romagnolo, rispondendo ad una domanda rivoltagli dal pubblico ha parlato anche del Clan dei Casalesi. Il giornalista ha però attribuito la presenza della famigerata organizzazione criminale nel territorio emiliano, al fatto che negli anni passati siano stati inviati nella zona dei personaggi ristretti al soggiorno obbligato, che hanno così esportato la piovra anche nel centro nord. Una constatazione vera solo in parte, almeno per quanto riguarda la presenza a Parma del Clan dei Casalesi, che agisce nella zona con colletti bianchi e personaggi forbiti, così come asseriscono le varie indagini fino ad oggi svolte dalla magistratura. I Casalesi hanno trovato nel parmense certi appoggi nell’alta imprenditoria, nella finanza ed hanno avviato certe frequentazioni anche politiche. A Parma esiste il primo settentrionale condannato per Camorra (sentenza ancora di primo grado), è oramai certo che il Caln dei Casalesi ha imposto per anni i marchi della Parmalat a suon di bombe in vaste aree del meridione, nel Parmense sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro, frutto degli investimenti fatti nella città emiliana grazie agli “amici parmigiani”. In Emilia vengono lavati i soldi intrisi del sangue della gente del nostro Sud, dell’Aversano in particolare, creando lì un’economia pulita, posti di lavoro, che sono il frutto della coartazione imposta alla nostra gente.
Salvatore Pizzo
Salvatore Pizzo