Ci sono vicende che travalicano la semplice cronaca giudiziaria per diventare uno specchio del nostro dibattito pubblico. Il caso dell’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, ne è l’ennesimo e drammatico esempio.

Dopo l’ordigno esploso sotto casa del giornalista, la pista iniziale sembrava già tracciata. Una lettera anonima pervenuta in redazione indicava come esecutori uomini legati al clan dei Casalesi e puntava il dito contro la politica locale, tirando in ballo l’Aversano e l’inchiesta televisiva sul “Cantiere Navale Vittoria”. Un teorema suggestivo, costruito su ricostruzioni indiziarie che avevano subito acceso i riflettori su San Marcellino e sul deputato di Fratelli d’Italia Gimmi Cangiano, trasformando la contesa in una gogna mediatica immediata.

L’interrogatorio di garanzia sostenuto da Valter Lavitola — durato oltre 5 ore — ha però sgretolato del tutto quel castello di accuse. L’ex faccendiere ha confessato di essere il mandante dell’attentato, svelando un retroscena surreale: nessun ordine della camorra, nessuna trama politica casalese, ma un folle disegno maturato nei suoi rapporti con il conduttore per fargli alzare la scorta, accrescerne la popolarità e depistare le indagini.

Le parole di Cangiano e la lezione del garantismo

Con la smentita ufficiale della pista camorristica e l’estraneità dei riferimenti politici dell’Aversano, resta sul campo il peso delle macerie umane. Il deputato Gimmi Cangiano è intervenuto sui social con una riflessione amara che merita attenzione: «Il fango non diventa fango soltanto quando finisce sulla nostra porta», ha ricordato, sottolineando l’impatto che mesi di sospetti arbitrari e accostamenti infondati hanno avuto sulla sua famiglia e sui suoi figli.

È una lezione che deve far riflettere tutti: il giornalismo d’inchiesta è un pilastro fondamentale della democrazia, ma quando rincorre suggestioni non confermate dagli inquirenti rischia di trasformarsi in uno strumento di delegittimazione. Allo stesso modo, la giustizia non può essere anticipata dai processi mediatici.

Oggi l’inchiesta della Procura di Roma ha restituito la realtà dei fatti, scagionando anche un territorio da ombre infondate. Resta l’auspicio che da questa vicenda si possa trarre un principio valido sempre, a prescindere dalle appartenenze: il rispetto per la dignità personale e la tutela del garantismo non possono mai essere a corrente alternata.

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