(da un articolo di Andrea Nicaso pubblicato dalla Gazzetta di Modena il 26 luglio 2009). (…) L’Emilia Romagna è ricca, ospitale. E i politici di questa regione spesso fanno a gara per negare l’intreccio o i rapporti tra le mafie e la ricca e colta borghesia locale: a Parma come a Reggio Emilia, a Modena come a Bologna la mafia non esiste, e se esiste vive ai margini di una società che pensa di avere gli anticorpi per resistere alle infiltrazioni mafiose. I boss hanno liquidità e voglia di investire, hanno bisogno di “sponde” per entrare nel giro che conta.
La ’ndrangheta del crotonese e la camorra dei casalesi in Emilia Romagna hanno messo radici da tempo. La prima ci è arrivata grazie al soggiorno obbligato, quel provvedimento che pensava di combattere i mafiosi sradicandoli dai lori paesi. La seconda, invece, è sbarcata al seguito dei capimastri che già negli anni Ottanta ristrutturavano con perizia le case del centro storico di Modena. Era il 5 maggio del 1991 quando Modena scoprì che nelle case popolari di via Benedetto Marcello si era insediata una colonia di camorristi. Ci fu una sparatoria, qualcuno rimase a terra, qualcun altro scappò, pochi capirono. Quella colonia è cresciuta all’ombra di Giuseppe Caterino, l’ex braccio destro di Francesco Schiavone, detto Sandokan. E cercando Caterino, allora latitante, venne scoperto un giro di estorsioni. I telefoni parlavano, i carabinieri ascoltavano: “Non hanno capito che devono pagare? Questa è zona nostra, qui comandiamo noi”. I boss non si accontentavano dei soldi, imponevano anche la fornitura dei servizi. Da allora molte inchieste hanno fatto luce sulla presenza dei casalesi a Modena, a Castelfranco, Nonantola, Bomporto, Soliera, San Prospero, Bastiglia e Mirandola, grazie anche a collaboratori di giustizia come Domenico Bisognetti. E ci sono stati arresti importanti come quelli di Pasquale Zagaria e Raffaele Diana. Ma non sono bastati a togliere di mezzo un’organizzazione criminale, come quella dei casalesi, abituata a reggere l’urto, a piegarsi quando passa la “china”, ma altrettanto lesta ad alzare la testa, quando le condizioni lo riconsentono. Ormai, in Emilia Romagna, la mafia del cemento ha messo le mani su molti cantieri, estorce denaro ai commercianti, gestisce quasi a regime di monopolio il settore dei trasporti privati, garantisce la manodopera “fidata” nei cantieri, impone l’acquisto di macchinari o materiale edile e investe nelle bische clandestine, nelle strutture ricettive e nella ristorazione. Nel 2002 un’impresa di costruzioni legata ai Nuvoletta di Marano riuscì ad aggiudicarsi tre gare d’appalto, di cui uno a Modena, un esempio di intervento diretto della camorra nei business istituzionali della regione. La crisi economica che sferza l’economia mondiale l’ha sfiorata appena. Anzi rischia addirittura di gonfiare i suoi affari grazie all’acquisizione di aziende in difficoltà e di ristoranti in sofferenza, sul baratro dell’usura, (…). I Casalesi continuano a fare soldi con il cemento e con i videopoker, ma forse anche facendo la cresta a Modena e a Sassuolo sul giro della cocaina, grazie ai rapporti con le ’ndrine calabresi. Il rischio, però, è quello di ripetere l’errore degli americani ai tempi della cosidetta alien conspiracy, quando tutto il marcio era rappresentato da immigrati rozzi e violenti, gente che veniva da fuori. Giovanni Falcone, un magistrato molto lungimirante, sosteneva che se vogliamo combattere le mafie, non dobbiamo trasformarle in un mostro, ne’ pensare che siano una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che un po’ ci rassomigliano. A Palermo come a Modena. Purtroppo in Italia non esistono isole felici.

Di red