pista atletica

INTRODUZIONE

In questo tempo, in cui vanno cedendo tante delle certezze sulle quali nonni e padri hanno impiantato i pilastri della nostra società, è quanto mai opportuna una serena riflessione sullo sport, dopo che ha trovato una riguardevole “tutela” nella Costituzione Italiana, faro luminoso e guida sicura della Nazione per tre generazioni. Già definita “la più bella del mondo”, compiendo 75 anni, senza mostrarli affatto, mette un altro fiore all’occhiello di un abito costituzionale, verso il quale non sono mai abbastanza le lodi da tessere ai nostri Costituenti. Avendola voluta àncora stabile della nostra identità nazionale, via maestra del progresso, guida sicura della convivenza del popolo italiano, essa è diventata la cifra distintiva della nostra identità nazionale.

Grazie alla ineguagliabile capacità lungimirante di quei legislatori, il tessuto connettivo italiano può continuare ad avere al suo “centro” la persona umana, perché la nostra “magna carta” è stata pensata e strutturata proprio in maniera comunitaria, personalistica e solidaristica. Questo è un prezioso lascito da custodire gelosamente e da far conoscere capillarmente, onde garantire: continuità, libertà e sviluppo alla nostra giovane democrazia italiana, che va esercitata, difesa e ri-conquistata giorno per giorno onde scongiurarne anche un minimo regresso!

1.LO SPORT COME CULTURA

Ma veniamo al nostro tema. Le capacità umane trovano nell’attività sportiva, un po’ come accade nell’arte, una produttività formale infinita, dovuta al temperamento degli atleti/giocatori, visti come individui/squadre, che riescono a superare la massa corporea o l’inerzia di un attrezzo, fino a limiti inimmaginabili soltanto ieri. Attuando questa reale esplicazione delle meravigliose potenzialità umane, si realizza l’unità della persona pensante con lo sportivo praticante e quindi l’armonia psicofisico dell’uomo/atleta.

A tal proposito torna utile citare Fredrik Schiller. Il poeta e romanziere tedesco, definendo l’homo sapiens come homo ludens, ci fa riflettere su questa plastica osservazione: “L’uomo gioca solo quando è tale nel vero senso della parola e non è tale se non gioca”. Questa asserzione è stata ripresa dallo storico Johan Huizinga, che nel 1949 pubblicò un libro intitolato proprio “Homo Sapiens”. L’umanista olandese, studioso del Medio Evo e di storia moderna, ha analizzato la cultura del Rinascimento come espressione del perenne nuovo “nascimento” dell’uomo grazie agli studi umanistici intesi anche come una gratificante attività fisica.

Allora, trasformando la competizione in un commentario dell’umana grandezza, chi gioca (meglio ancora se ottiene un risultato positivo) realizza il compito/obiettivo che si era assunto. In tal modo, gustando la catarsi (o la semplice e naturale gioia del successo) dimostra pure di aver saputo acquisire le conoscenze giuste e di possedere doti di intelletto e ingegno, di forte carattere, di eleganza estetica e tanta capacità di applicazione, che deve essere continua nel tempo: “amat victoria curam” dicevano gli antichi!

Per tale via l’esercizio sportivo diventa anche veicolo per spirare, specialmente nei giovani, la voglia di una larga attuazione dello “spirito olimpico” nella sfera più ampia della vita, invogliandoli cosi a mettersi in gioco e a partecipare. Le Olimpiadi, oltre ad essere un grandioso spettacolo affascinante, sono pure un attraente e diretto invito a cimentarsi!

In questa ottica lo sport è un rilevante fattore di cultura che, in generale, si dispiega nella duplice direzione:

a) quella dello sviluppo delle potenzialità fisiche e psichiche della persona, in ordine ad un quadro di finalità esistenziali, socialmente rilevanti, quali possono essere la partecipazione civica, l’utilizzazione sana del tempo libero, l’affermazione della propria personalità, la cura del proprio corpo;

b) quella dell’educazione della persona al tirocinio abituale della pratica sportiva, vista come percorso di vita sana, che, essendo funzionale all’uomo sia dal versante psicologico che da quello fisiologico, ci riporta al classico “mens sana in corpore sano”.

Siamo in presenza di una sorta di “educazione integrale” della persona, le cui componenti sul piano generale sono: la capacità di porsi traguardi, autodeterminarsi, superare prove, riconoscere l’altro, sottostare alle regole, accettare anche l’insuccesso. Nello specifico, poi, lo sport presuppone che si conoscano i regolamenti, che sia esercitato con continuità, che chi lo fà si ponga lo scopo di migliorare e/o superare i propri limiti, che si abbia il controllo di sé stesso, che sia fatto per un arricchimento individuale, sia esso fisico che mentale.

2.COMPETIZIONE E COOPERAZIONE

Bisogna aver per fermo che le attività sportive permettono di considerare fondamentale il valore della persona in quanto tale, di guisa che dalle gare vengano l’apprendimento ad essere sé stessi, a saper stare con gli altri, ad imparare ad essere per gli altri e non solo con il fine esclusivo del conseguimento di un risultato, magari da raggiungere a tutti i costi: anche perché chi altera una gara finisce per essere squalificato, sospeso dalle attività o addirittura radiato.

La giustizia sportiva è molto rapida ed efficiente, garantita come è dall’autonomia del diritto sportivo e dal vincolo di giustizia, che sono accettati all’atto della affiliazione di ogni società sportiva ad una Federazione e del tesseramento degli atleti, ivi compresi dirigenti e tecnici.

Quindi, se l’attività sportiva è vissuta come un aspetto della cultura, in forza della quale la contesa non è soltanto “agone” per superare un rivale, ma, riponendo il suo valore fondamentale nella realizzazione di qualcosa, fatta, oso dire, per amore, si risolve in un esclusivo beneficio per l’individuo, “uti singolo” che “uti universo“, come dicevano i romani.

Così facendo la competizione, intesa nel senso classico di cum- petere, assume il significato di “cercare insieme”, “dirigersi verso”,. Da questa angolazione di visuale la gara viene intesa quasi come un incontro fra “compagni”, che aspirano al reciproco miglioramento, utilizzando al meglio il confronto dell’uno con altro o tra due squadre. Ci troviamo di fronte ad una specie di cooperazione che, integrando scopi differenti e fondendo elementi essenziali, tende a dare valore al sentimento di amicizia e al desiderio di un riconoscimento sociale da parte, non più di avversari/rivali ma di amici/giocatori, che coinvolgono appassionatamente sia gli spettatori delle competizioni nello stadio che in generale il pubblico dei tifosi fuori di esso.

Del resto competizione e cooperazione, poiché sono radicate in maniera profonda l’una più dell’altra nella natura umana, a nessuna delle due si può dare una priorità genetica. L’uomo, infatti, acquisisce atteggiamenti cooperativi e competitivi attraverso l’allenamento ad adattarsi alle istituzioni sociali e la prevalenza degli uni o degli altri, dipende dagli sforzi educativi e dagli ordinamenti vigenti.

In una società nella quale le principali “agenzie educative”, quali sono famiglia e scuola, svolgono il loro compito in maniera ottimale, associazioni, società e unioni sportive saranno un’altra fonte importante di educazione/formazione, oltre che occasioni di un vero diletto agonistico o di una sana occupazione del tempo libero, anche quando lo sport è “professionistico”!

3. IL “SERVIZIO SOCIALE” DELLO SPORT

Questa “forma mentis” va difesa e sostenuta specialmente nel così detto “villaggio globale” e all’interno della “affluent society”, perché cresce sempre più negli uomini l’ossessione dell’utile, solitamente sintetizzato nella triste espressione “profit making motive”. Sembra che l’uomo contemporaneo sia preoccupato soltanto di mettere in moto un’invasiva competizione mondiale il cui motore è il rendimento, appunto il guadagno, il profitto da misurare con precisione e migliorare continuamente, magari all’unico scopo di ottenere maggiori arricchimenti, non sempre leciti.

Pur essendo questi dei disvalori da escludere, come dalla società intesa in senso lato, cosi dallo sport “tout court”, non sorprenda più di tanto il fatto che resistono. Questo accade perché siamo in un’epoca che vede, ogni giorno di più, cadere tanti altri valori, con una sorta di accettata ineluttabilità. A ben riflettere, è solo una testimonianza ulteriore del fatto che è il desiderio il vero padre dell’opinione e quindi del diffondersi di quel relativismo etico, che impronta negativamente i comportamenti individuali, talvolta con conseguenze disastrose per l’intera società.

Poiché ci si giustifica dicendo “così fan tutti”, per una sorta di deleterio conformismo acritico, (il c.d. “spirito del gregge”) si rende inarrestabile il concatenarsi automatico di scelte dannose e la pratica di comportamenti poco edificanti, talvolta deleteri per sé stesso e per gli altri, perché anche quando non sono penalmente rilevanti, di certo sono socialmente riprovevoli.

Tuttavia tra le poche iniziative umane quella che non soffre l’usura del tempo è proprio lo sport: inteso, però, non soltanto come attività professionistica di una persona o di un gruppo ma anche come necessità comune di espressione e voglia di competizione, che sono connaturali alla persona umana. Pertanto il termine sport, sia che lo si voglia far derivare dal latino “deportare” o “exportare” (c’è chi sostiene che derivi dal provenzale “desporter”) sia che lo si faccia derivare dall’inglese “desport“ (per aferesi sport), sostanzialmente serve a definire qualsivoglia attività fisico-motoria, che non deve perseguire necessariamente l’intento di una conquista pratica ma anche il solo conseguimento di un disinteressato piacere. Diversamente non si spiegherebbero perché le attività dilettantistiche e quelle amatoriali sono cosi diffuse e praticate.

A tal proposito e segnatamente sul versante dell’organizzazione del “servizio sociale dello sport”, va ricordata l’azione del Ministero della Pubblica Istruzione, che ha concesso alle società sportive l’utilizzazione delle palestre scolastiche, ha organizzato i Campionati Studenteschi e i Giochi della Gioventù. Senza sminuire la meritoria azione anche attraverso il Servizio Impianti Sportivi, svolta dal Coni, dalle Federazioni e dagli Enti di Propaganda impegnati costantemente sia per la diffusione dello “sport per tutti” che per la formazione di allenatori e arbitri, dirigenti e medici dello sport, con il supporto anche di tante pubblicazioni specialistiche, non ultima l’ottima Rivista sul “Diritto Sportivo”. Certamente meritorio è l’apporto delle Forze Armate Italiane che con i loro gruppi sportivi hanno conquistato illustri traguardi sia nelle competizioni nazionali che in quelle mondiali.

Inoltre non si può dimenticare quanto sia stato importante l’ingresso delle donne nel mondo sportivo e come abbia contribuito a facilitare il lungo percorso femminile dall’emancipazione alla parità. Ricordo le pioniere Ondina Valle e Lea Pericoli, le olimpioniche Sara Simeone e Federica Pellegrini, le pallavoliste e le farfalle azzurre, solo per citare alcune delle tante Italiane che hanno conquistato risultati prestigiosi, raggiungendo tante volte il gradino più alto del podio!

L’UOMO ARTEFICE DELLA CULTURA

D’altra parte già il filosofo Aristotele aveva osservato che, poiché “vincere è piacevole e non solo per gli ambiziosi, ne consegue che anche i giochi sono piacevoli, giacchè spesso in essi capita di vincere”! Ampliando questa prospettiva gnoseologica, non v’ha dubbio che lo sport, per essere una produzione dell’uomo, è un fattore ed insieme una

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manifestazione della sua cultura. Lo sport, cioè, come sostiene l’antropologo Claude Lèvi Strauss, è: “Quell’insieme di costumi, credenze e istituzioni, come lo sono l’arte, il diritto, la religione e le tecniche della vita materiale: in una parola, tutte le abitudini o capacità che l’uomo possiede in quanto membro di una società”.

Poiché sul piano intellettuale è universalmente acquisito il dato che lo sport (sia esso inteso come prestazione/performance che come ricreazione/gratificazione; sia come spettacolo/bel vedere che come espressione/manifestazione delle proprie potenzialità/record) è un fatto di cultura, ci piace ricordare la definizione che ne dà la Costituzione Conciliare del Vaticano II “Gaudium et Spes” su “La Chiesa nel mondo contemporaneo”. Non è senza significato che la Chiesa Cattolica, “lumen gentium”, invitando la persona umana a coltivare i beni e i valori della natura, definisce “cultura tutti quei mezzi con i quali l’uomo affina ed esplica le sue molteplici doti di anima e di corpo”.

Se tutto questo è accettato, per conseguenza immediata, non può discenderne altro che sia l’uomo l’artefice della cultura. All’interno di un “nuovo umanesimo”, che si proponga di costruire un mondo migliore, in cui gli esseri umani assumano responsabilità verso gli altri e verso la storia, è auspicabile che proprio la funzione educativa/formativa dello sport acquisti rilievo ancora più pregnante, se solo si pensa ai valori che esso sprigiona.

A tacer d’altri: costanza, divertimento, impegno, imparzialità, regola, relazionalità, spontaneità, spirito di squadra. E sono valori che comporta proprio la pratica sportiva e vanno nella direzione di migliorare gli individui. Formando la loro personalità, favoriscono: occasione di incontro e relazioni umane, inserimento in un gruppo e continuità di azione, identificazione e scoperta di sé, consolidamento e spirito di sacrificio, disciplina e lealtà, pazienza e sobrietà, altruismo e generosità, armonia fisica e psichica.

Mentre nella società in generale la pratica sportiva agevola l’inserimento compiuto e pieno, essendo strumento di coesione e dinamismo, evoluzione e promozione, istruzione e perfezionamento, “tutela dell’interesse comune”: uno dei principi cardine della Costituzione Italiana. Non a caso in essa, ad abundantiam, troviamo che la Repubblica agevola e favorisce, sostiene e interviene, garantisce e promuove, assicura e rimuove ostacoli! Un po’ come accade nel mondo dello sport che, essendo aperto alla partecipazione di tutti coloro che desiderano entrarci, non preclude ad alcuno la possibilità di affermarsi, facendo valere le personali sue capacità/doti.

5. LO SPORT NELLA SOCIETA’ DEI CONSUMI

Insomma lo sport può essere agevolmente finalizzato all’educazione nel senso etimologico della parola, perché educare deriva dal verbo latino “ex-ducere”, cioè trarre fuori dall’ignoranza alla conoscenza, come accade per lo studente che è preso in cura da un docente/professore cosi una atleta grazie ad un percorso condotto da un allenatore/istruttore per raggiungere il miglior risultato possibile. Infatti attraverso di esso è possibile foggiare gradualmente l’uomo e quindi il cittadino, non solo e non tanto fisicamente (che è già un risultato importante, se solo lo si guarda dal lato della prevenzione alle malattie e se volete dal rendimento nel campo del lavoro) ma anche e meglio moralmente e socialmente.

E che dire della buona disposizione ad incentivare tra gli studenti lo studio dei classici? Saranno le “humanae litterae” (quae propterea humanitatis studia nuncupantur, hominem perficiant atque exhornant) a permettere di aver ragione della “feritas beluina”, (sonnecchiante nell’anima dell’uomo, ma sempre pronta a destarsi) che lo condurranno ad un nuovo “rinascimento”!

Essendo lo sport uno dei fattori più efficace e sicuro per il miglioramento/perfezionamento su cui si possa contare per lo sviluppo armonico della gioventù e della “persona umana” (ripetendo la bella definizione che dell’uomo diede Pio XII), in quanto “ludis iungit”, diventa pure un invito a cimentarsi con “fair play”, il motto che individua il giocare corretto, propugnato dal Panathlon International. Siatene certi che tra coloro che praticano lo sport difficilmente si trova un bullo o un drogato e raramente un delinquente!

Purtroppo c’è il rischio concreto che lo sport nell’epoca consumistica, così detta post-industriale, essendo diventato una variabile dipendente dell’ideologia dell’opulenza, basata sul mito dell’efficienza e sull’ossessione del profitto, sia organizzato come un’industria del professionismo e dello spettacolo, trasformandolo in un triste fenomeno economico, come uno dei tanti che ritroviamo nella “società dei consumi”.

Ne sono esempi negativi: l’eccesso di serietà e di organizzazione tecnica e burocratica, l’esaltazione esagerata dell’agonismo e del divismo, la diffusa commercializzazione pubblicitaria, la funzione narcotizzante delle masse attraverso lo spettacolo sportivo. Tutto ciò, molto spesso, viene aggravato da uno stile giornalistico/televisivo degradante, quando non offuscato dal tifo, che fa diventare gli sportivi solo dei faziosi

A tal uopo è utile ricordare che già il filosofo Martin Heidegger aveva stigmatizzato l’evento sportivo come portatore di “chiacchiera” sullo sport. Qualcosa che fa confondere il solo “parlare di sport” con l’essere un praticante, vale a dire che “il chiacchierante si pensa sportivo e non si avvede più che non pratica lo sport”, come ha sottolineato argutamente il semiologo Umberto Eco!

Possa, quindi, questa assunzione di una sua “dignità costituzionale”contribuire a fare acquisire la convinzione che lo sport è una manifestazione significativa della condotta umana e della formazione di un costume di vita, grazie al quale, specialmente i giovani, sono posti in condizione di partecipare a gare/partite che riservano per la loro esistenza una risposta positiva. Ancorchè fosse critica, sia tale da permettere di proiettarli verso un domani di partecipazione e di rigore, in vista di un futuro migliore sia dei singoli cittadini che della intera società in cui viviamo.

E se non si può ritornare all’autentico “spirito olimpico”, del quale si fece interprete Pierre, Barone De Coubertin, che nella famosa “Ode allo Sport”, lo definì: “Diletto degli dei ed essenza della vita”, almeno che se ne possa essere ispirati, quale portatore di valori antichi, ma pur sempre attuali. Credo si possa concordare che bellezza, audacia, onore, gioia, fecondità, progresso e pace sono da sempre gli aneliti profondi del cuore umano, che la pratica sportiva contribuisce a portare alla luce, facendoli vivere sia come un abito mentale che come un costume di vita!

Giuseppe Diana