“Ci risiamo, dopo il latte alla melanina cinese è arrivato il maiale alla diossina irlandese” è il commento di Fabio Massimo Cantarelli (nella foto) dopo la diffusione della notizia in merito alle contaminazioni da diossina della “carne irlandese”. “Nonostante le rassicurazioni dell’EFSA – l’ente europeo per la sicurezza alimentare-, prosegue il presidente del Consorzio Agrario di Parma,
la diossina evoca ancora grandi timori derivanti dalla nota vicenda allorché una nube tossica si sollevò dallo di Seveso, in quel fatidico luglio del 1976, e si disperse verso est contaminando anche i comuni di Meda, Desio e Cesano Maderno. Solo 10-12 Kg di diossina si liberarono nell’aria; tanto bastò per creare una catastrofe umana e ambientale.” A Seveso le cronache dell’epoca riportarono di 80.000 capi abbattuti e 158 operai intossicati e un numero imprecisato di bambini che avrebbero portato gli effetti fisici e psicologici della “cloracne” per il resto della loro vita. Per consentire al consumatore di sfuggire a questa e le altre occasioni di minacce per la salute, la soluzione, secondo Cantarelli, potrebbe essere: l’etichettatura d’origine del prodotto. “Così come è obbligatoria per la carne fresca bovina occorre che l’etichettatura venga estesa anche alla carne suina”. Peraltro -prosegue il presidente del CAP di Parma- un esempio rassicurante di garanzia di sicurezza è riscontrabile nel “Prosciutto di Parma” per il quale i suini sono obbligatoriamente allevati e macellati in 10 regioni del centro nord d’Italia e identificati dall’origine al consumo. Ogni operatore della filiera rilascia una firma identificativa: dal tatuaggio dell’animale appena nato per arrivare alla “corona” marchiata a fuoco del prosciutto per passare dai macelli che appongono marchi identificativi”

Di red