“Guardi, lo ripeto, non esistono indagini a Parma su infiltrazioni mafiose (…)”, lo ha detto il prefetto della cittadina emiliana Paolo Scarpis al giornalista di repubblica Gianluca Talignani, l’ufficiale di governo lo ha sostenuto nei mesi scorsi e continua a ripeterlo anche oggi a tutti gli organi di stampa. Sono affermazioni che lasciano molto perplessi, specialmente dopo gli ultimi arresti e sequestri che hanno interessato il Parmense, che non esistano “nuove” indagini tecnicamente potrebbe essere possibile (il condizionale è d’obbligo, perché esse non vanno comunicate al Prefetto) ma sicuramente esistono dei processi e delle sentenze che sono la risultanza di indagini.
Appare inverosimile che la prefettura di Parma abbia potuto ricevere informazione da tutte le Direzioni Distrettuali Antimafia italiane, l’autorità giudiziaria non è tenuta a comunicare le sua attività investigative al Prefetto, a questo va aggiunto il massimo riserbo che esiste anche all’interno delle stesse istituzioni specie quando si tratta di mafia, e poi perché esiste un segreto istruttorio. Addirittura per i reati di camorra ai diretti interessati non viene nemmeno comunicato che a loro carico esiste un’indagine, proprio per non compromettere l’esito delle investigazioni: il caso del sottosegretario Cosentino è emblematico. La Dda di Napoli ha più volte affermato che “a Parma esistono delle teste di ponte” collegate al Clan dei Casalesi, una delle ultime condanne al Clan d’Alessandro è avvenuta a Parma, la cosca di Gela, degli Emanuello si era trasferita qui, il primo imprenditore del Nord condannato per Camorra abita a Parma, tre anni fa un signore, “parmigiano del sasso”, che abita a San Pancrazio è stato destinatario di un sequestro ai sensi della legge antimafia (disposto dall’allora Presidente del Tribunale Piscopo) per vicende collegate al contrabbando internazionale di sigarette. Queste non sono indagini in corso, sono risultanze investigative già cristallizzate, siamo ben oltre l’infiltrazione. Parma è zona dove gli interessi mafiosi si sviluppano grazie alle dinamiche economiche, che si innescano conseguentemente ai capitali che le organizzazioni malavitose portano lì, dopo averli estorti spargendo il sangue di onesta gente del Sud. In Emilia evidentemente trovano chi è disposto ad accoglierli, una lavanderia di soldi. La colonna parmigiana del Clan dei Casalesi, composta da una famiglia parmense, faceva solo affari e ma non ha mai usato violenza, ecco perché il parmigiano (o l’emiliano) medio spesso non percepisce, a questo va aggiunta anche una certa forma mentis dovuta a quell’evidente senso campanilistico che si percepisce in zona, della serie “noi siamo meglio degli altri”, poi perché la Camorra e la Mafia a Parma e dintorni ci sono ma non si vedono.
Salvatore Pizzo

Di sal.piz