Abbiamo incontrato Luigi di Caterino, fotoreporter di San Cipriano d’Aversa, le cui foto sono state pubblicate da varie testate giornalistiche straniere. In questi giorni le sue foto sono esposte anche in una mostra che si sta svolgendo a Perugia, ama concentrarsi sulle microstorie ed partito dalla realtà che circonda la sua casa (di fianco una foto della Foce dell’Agnena)
1. Quando ha iniziato la sua attività di fotoreporter?
Lavoro dal 2007 come freelance, pubblicando su riviste come Nuovi Argomenti, Nigrizia e The courrier e giornali come Libération. Inoltre fornisco supporto fotografico al sito www.robertosaviano.it. Da settembre 2009 collaboro con la rivista Fresco di Stampa. All’inizio la fotografia per me  era evasione: uscire fuori dai luoghi familiari della mia vita, che in quel periodo mi apparivano claustrofobici e limitanti, cogliere e vivere emozioni  fuori dalle mie terre. Poi mi sono chiesto da cosa fuggivo ed ho iniziato a fotografare quei dieci metri davanti casa mia. È lì che la mia fotografia si è avvicinata al racconto della realtà che mi circonda, insomma alla necessità di capire il mondo partendo dalle mie radici e attraverso la fotografia. Ho iniziato a pubblicare in rete, in maniera indipendente, a mio piacimento, utilizzando alcuni social network conosciuti, soprattutto quelli più usuali ai fotografi. Decisivo è stato l’incontro con Roberto Saviano che, osservando  le mie foto in rete, ha creduto nella possibilità di un autoctono di raccontare il territorio da lui descritto. Saviano mi ha aiutato a credere nel racconto come forma di resistenza e mi ha dato una forte spinta a continuare in questo percorso. Ho trovato in lui un forte sostegno, emotivo e civile allo stesso tempo ed è nata anche una bella esperienza per qualche collaborazione.
 
2. È la sua attività principale o svolge anche altri mestieri nella vita?
Lavoro come fotografo e collaboratore nel settore grafico di un’ azienda di prodotti parafarmaceutici e dermofunzionali. Esperienza che, unita a quella del reportage, mi permette di scoprire le diverse vie di espressione della fotografia: la fotografia di reportage può essere documento o contenere quel qualcosa in più che tocca il fruitore dell’immagine, la fotografia per uso commerciale è invece legata alla vendita di un prodotto. Oggi sono pochi quelli che riescono a vivere di fotoreportage; così, come molte altre persone, unisco alla mia passione altre forme di utilizzo della fotografia per avere comunque un ritorno economico che non mi viene sempre garantito dalle pubblicazioni e dai reportage.
 
3. Quali sono state le soddisfazioni, tra quelle che ricorda, che le hanno dato le sue foto?
La fotografia mi permette di avvicinarmi a me stesso e alle persone. Mi permette di scoprire nuovi mondi e nello stesso tempo di acquisire un nuovo sguardo sui luoghi che già conosco. Ad esempio l’immigrazione a Castelvolturno l’ho scoperta attraverso la fotografia e attraverso le esperienze ad essa connesse.  
 
4. Quali sono i temi principali dei suoi scatti?
La mia ricerca fotografica si concentra su microstorie, tracce di una umanità latente, segni, speranze. C’è la denuncia, ma non è altro che un punto di partenza, denuncia per ricominciare, ricominciare a guardare e cogliere la luce che si posa su queste terre e su quanti vi vivono.
Ho cercato contrasti. Il contrasto stridente tra l’orrore di un cane che addenta una carogna e la dolcezza di un abbraccio, tra palazzoni di cemento senza più né vetri né imposte e il vento che sibila, una luce morbida che impreziosisce e scolpisce. La bellezza e l’inferno, alle volte, si incontrano nello stesso fotogramma, nello stessa porzione di spazio finito. E’ ciò che accade a Castel Volturno. Questa visione ti permette di misurare la distanza tra ciò della tua terra che ti appartiene e ciò da cui vuoi prendere il distacco.
Questi contrasti ci spiazzano, stimolano riflessioni e pensieri e ci fanno capire che bisogna ricominciare da qui.
Sul piano personale, alle volte, quando sento forte il peso della realtà che mi
circonda, sono portato a negarne la rappresentazione oggettiva, così un
dettaglio di un segnale sparato, impreziosito da una luce dorata all´ora del
tramonto, diventa un astratto che esalta i miei sentimenti. Sconfiggo l’atroce con la bellezza.
Ecco, a mio parere la bellezza e l’inferno convivono quotidianamente l’una accanto all’altro.
Trovo artificioso mostrare solo la bellezza in una prospettiva che nasconde il brutto e il degrado di poco al di fuori del fotogramma.
 
5. Come nasce la sua mostra a Perugia?
Per rispondere a questa domanda devo fare un piccola premessa. Nel mio percorso mi è capitato di incontrare un’altra persona che, su di un versante diverso ma con obbiettivi molto simili, voleva analizzare, rappresentare e comprendere queste terre e le persone che le abitano. Si tratta di un giovane antropologo, Luigi Mosca, che a partire dal 2007, ha iniziato una ricerca etnografica sul fenomeno migratorio a Castelvolturno e nella provincia di Caserta. L’incontro è avvenuto  un pomeriggio di novembre nell’ambito delle attività dell’associazione di volontariato Jerry Masslo. Luigi lavorava con l’associazione nell’ambito della sua ricerca, mentre io avevo realizzato un piccolo reportage sulla tossicodipendenza e l’attività degli operatori di strada dell’associazione. Fu in quell’occasione che ci conoscemmo e iniziammo ad effettuare delle uscite sul territorio insieme. Luigi mi mostrava i luoghi dell’immigrazione, mi presentava i suoi informatori, i suoi amici nigeriani, ghanesi, indiani. Io gli mostravo invece il Villaggio Coppola, gli spazi desolati e meditativi di Pescopagano, Destravolturno, Bagnara (tutte località del litorale domizio). Insieme parlavamo a lungo di queste terre, degli effetti di Gomorra, della notorietà di questi luoghi e del nostro rapporto con tutto questo. Così ci siamo aiutati a vicenda, aiutandoci a scoprire e a scoprirci. Luigi è dottorando presso l’Università degli Studi di Perugia, con la quale continua a collaborare. Nell’ambito di queste relazioni, un gruppo di suoi amici e colleghi hanno dato inizio ad un festival di cinema etnografico al quale sono connesse una serie di esposizioni fotografiche, essendo la fotografia un mezzo molto usato dagli antropologi nel loro lavoro. Così ci è stata proposta la realizzazione di una mostra che trattasse i temi che insieme avevamo sviluppato: l’immigrazione, l’abusivismo edilizio, la poeticità e la miseria di questi luoghi e gli atroci conflitti che animano le persone che vivono in questi luoghi.
 
6. È vero che è stato anche in Arabia Saudita a presentare le sue foto?
L’ambasciata  italiana a Riyad, nell’ambito del festival del cinema europeo a Ryad, ha deciso di proiettare il film Gomorra, verso il quale il ministero della cultura Saudita aveva mostrato  interesse. Scelta coraggiosa quella di mostrare al pubblico mediorientale ed internazionale questo film. Trattare i temi della camorra, della criminalità organizzata e dell’illegalità di certo non è facile se si deve proporre un’immagine del nostro paese, ma questa scelta nasceva da un’esigenza di mostrare come l’Italia e gli italiani fossero in grado di essere consapevoli dei problemi che caratterizzano il nostro paese. Insomma una scelta di onestà intellettuale. Nasceva perciò l’esigenza di mostrare come oltre alla criminalità vi fosse anche una cittadinanza attiva, che ha coscienza di questi problemi e di queste tematiche e che cerca di contribuire al suo superamento. Da ciò la proposta, da parte dell’ambasciatore, di associare alla proiezione del film una mostra con foto di un autoctono e testi scritti dai giovani antropologi Luigi Mosca e Ilaria d’Auria che potesse aiutare meglio a comprendere la Campania e i suoi problemi.
 
7. Quale è il suo rapporto con il territorio in cui è nato e in cui vive?
È un rapporto conflittuale, difficile, che, con le sue tensioni contrastanti, per me si gioca molto attraverso la fotografia. Cioè mi spiego: la fotografia mi ha permesso di approcciarmi alla realtà in cui vivo in maniera più consapevole, è stato il modo di anteporre la giusta distanza con le cose, di guardare sotto una luce diversa la mia realtà quotidiana. La ricerca dei contrasti, di quello stridore tra bellezza e inferno, che poi stridore non è, mi ha portato a riflettere sul perché questa terra è diventata ricettacolo di varie forme di potere, di illegalità, di comportamenti ed atteggiamenti criminali. La speculazione edilizia, la spazzatura per strada, il lavoro nero e le lotte per l’affermazione dei propri diritti, la sofferenza dell’immigrato e la voglia di ricostruire in una terra nuova i suoi affetti, la consapevolezza dei soprusi e la forza di ribellarsi senza omertà.
Raggiungere questa consapevolezza e cercare di raccontarla attraverso i contrasti, attraverso la fotografia, cambia notevolmente il tuo essere e agire in questi luoghi. A Casal di Principe il solo fatto di andare in giro con la macchina fotografica ti pone fin da subito sotto una luce diversa: sei sotto l’occhio di tutti. Poi quando incominci ad esprimere le tue posizioni devi confrontarti con le reazioni: a volte, molto spesso diventi scomodo, perché rappresenti agli occhi di tutti un modo di vivere diverso, che non si esaurisce nell’accettazione passiva della realtà. E da qui nascono i compromessi, le tensioni, le incomprensioni che imperversano nella tua vita, dalla famiglia, agli amici, ai conoscenti fino alle persone che incontri per strada.
Ma la luce continua ad impreziosire questi luoghi e con essa le speranze e la consapevolezza di quanto siano potenti quelle sporadiche espressioni di passione e libertà.
 
Salvatore Pizzo