Il primo boss della camorra Casalese a puntare sull’Emilia fu Giuseppe Caterino detto “Peppinotto”, che nella prima metà degli anni ’80 inizio ad “investire” nel modenese. Dopo di lui iniziarono ad operare nel modenese personaggi ritenuti a lui vicini: Nicola Nappa, Francesco Compagnone e Vincenzo Maisto. A Modena “Peppinotto” aprì anche una bisca in Via Pergolesi. Il primo fatto di sangue avvenne molto dopo, nel 1991, quando si cercò di uccidere il figlio del pentito Giacomo Maisto, per quella tentata uccisione il 27 giugno del 2008 è stato arrestato Francesco Compagnone, 58 anni, di San Cipriano di Aversa, deve scontare 11 anni, 11 mesi e 29 giorni.
Secondo gli investigatori si trattò di una vendetta trasversale decisa dal Clan dei Casalesi. Il pentito Benedetto Marcello confessò che i boss avevano pensato addirittura all’uso di una bomba. Negli anni successivi a reggere le fila nel modenese fu inviato Raffaele Diana “Rafilotto”, abitava a Bastiglia con moglie e quattro figli, secondo gli inquirenti si preoccupava per lo più di taglieggiare le ditte oneste che scappate dall’Aversano cercavano lavori edili in Emilia. Come se la nostra gente fosse dotata di una sorta di portabilità della Camorra. Diana fu accusato di essere il mandante dell’agguato all’imprenditore edile Giuseppe Pagano, ferito in un cantiere di Riolo di Castelfranco, ma da quell’accusa è stato assolto. Più tardi i soldi insanguinati che il Clan raccoglie in Campania iniziarono a confluire anche verso Parma (dove già molti ne sono arrivati grazie alla Parmalat, i cui marchi locali i Casalesi imponevano in Campania a suon di bombe) ad investire nella provincia ducale, ciò attraverso collegamenti con gente del posto. A Parma ci ha pensato Pasquale Zagaria detto “Bin Laden” fratello del boss Michele. Tra Parma e Modena, ma anche in Lombardia, sono stati sequestrati beni per quasi 60 milioni di euro. Successivamente lo scettro modenese sarebbe passato ad Alfonso Perrone “O’ Pazzo”, arrestato lo scorso marzo, quando su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna sono state arrestate 23 persone ritenute affiliate al Clan dei Casalesi. Gli arresti sono avvenuti nelle province di Modena, Mantova, Napoli e nell’Aversano, controlli sono stati effettuati anche a Forlì e Bologna. La maxi operazione, chiamata "San Cipriano", dal nome del comune vicino Aversa, è stata compiuta dalla Guardia di Finanza di Bologna e dalla Squadra mobile di Modena. Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare firmate dal giudice Bruno Perla su richiesta della Dda, ci sono anche Domenico Esposito (detto "Mimi’ ‘o boxer") e Salvatore Lionetti (detto "’O Zingarone’). Un altro degli arrestati è Mario Temperato, fu sorpreso, in provincia di Padova, a girare alla guida di Ferrari 430 nonostante dichiarasse uno scarso reddito, è ritenuto vicino ai figli del boss detenuto Francesco Schiavone ‘Sandokan’. Tra gli episodi più gravi contestati, c’e’ quello di un imprenditore pestato a sangue a San Prospero, nel modenese, il 6 dicembre 2008, ferito gravemente non lo avrebbero lasciato in pace nemmeno in ospedale. Altre intimidazioni sarebbero avvenute nei confronti di due titolari di un night a Modena, e di imprenditori edili. In un caso uno è stato costretto a rinunciare ad una gara d’appalto per ristrutturare un condominio, lo stesso imprenditore solo poche settimane prima aveva confessato di vivere un altro dramma, in una lettera inviata al quotidiano L’Informazione si lamentò di essere guardato con diffidenza a causa della provenienza campana. Spesso per il lavoro sporco venivano assoldati picchiatori albanesi. In tutto le vittime sarebbero nove. I Pm che hanno firmato le richieste d’arresto sono: Lucia Musti, Enrico Cieri e Pasquale Mazzei. Gli inquirenti ritengono che la colonna modenese del clan avesse come covo un garage a Nonantola, nel modenese. Dietro minacce, un ristoratore sarebbe stato persino costretto ad assumere alcune donne ucraine incinte, compagne dei boss. Le stesse poi potevano godere dei benefici pubblici in caso di maternità. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati anche vari immobili, nei comuni di Nonantola, Castelfranco, San Prospero, Bomporto e nel napoletano. Eppure qualche anno fa Perrone ha scritto persino al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al Ministro dell’Interno e al Questore di Modena. “Premetto che in passato ho avuto dei problemi con la Giustizia, imputato di avere messo in atto delle estorsioni”, diceva il boss ritenendo le accuse a suo carico “cose del tutto infondate e non veritiere”. Dalla sua casa di Nonantola (Modena) si lamentava dei continui controlli a suo carico: “Non vi è giorno in cui non venga sottoposto a fermi, perquisizioni personali e veicolari”, si definiva “un cittadino onesto, dedito al lavoro e che sa stare lontano dai guai”, al capo dello Stato chiedeva “di continuare la retta via, in pace e senza il terrore di essere oltraggiato e male trattato dalla polizia”. Per quanto riguarda le mire dei Casalesi nel modenese gli investigatori non escludono che stessero pensando di organizzarsi anche per iniziare ad imporre il loro calcestruzzo anche in Emilia.
Salvatore Pizzo