Era stato ristrutturato per ospitare abitazioni private, così come era stato utilizzato da sempre, ma la suddivisione degli ambienti era stata fatta in modo da poter ospitare degli uffici cosicché, a lavoro concluso, era bastata una semplice autocertificazione per cambiarne la destinazione d’uso portandola da abitazione ad uffici. Un passaggio burocratico che non richiederebbe controlli da parte

dell’amministrazione municipale perché l’atto è previsto dalla legge quando per modificare la destinazione d’uso di un immobile non si effettuano lavori che ne modificano il progetto originale. Il solo controllo dovuto era quello dell’Asl competente per territorio e il controllo c’è stato. In data 17 dicembre 2007 con protocollo 2059 l’Unità di Prevenzione Collettiva del Dipartimento di Prevenzione Ambito Aversa scrive che l’edificio “composto da 18 vani legali risponde ai requisiti richiesti dalle LL. SS. in vigore per essere adibito ad uso ufficio”. Ovviamente di tipo privato. Poi lo stabile viene venduto ad un ente che lo adibisce all’uso di ufficio pubblico, effettuando modifiche strutturali, come la copertura della cassa scale e degli accessi che necessiterebbero di un nuovo controllo per ottenere un nuovo parere che, però, non c’è stato. Autorizzando l’ipotesi che l’edificio non sia idoneo all’uso a cui è stato destinato dall’ente, come conferma un amministratore cittadino che preferisce non essere nominato che scrive, “La problematica è che la società che ha venduto, una certa …, chiese autorizzazione all’ASL per destinazione dell’immobile ad uso ufficio ma non per destinazione pubblica. Premesso che non serviva avere un parere di destinazione per uso ufficio da parte dell’Asl, poiché il dpr 380 supera tale casistica, la cosa strana è che, quando per esempio un privato vende un negozio ad altri, anche se lo stesso è venduto in blocco, con servizi, arredi ed accessori, anche senza la modifica di opere interne, l’Asl richiede che venga effettuato il sopraluogo per il parere alla nuova società richiedente e/o subentrante, cosa non avvenuta in questo caso, dove la società venditrice aveva il parere ma per uso privato”. Di conseguenza, scrive l’amministratore comunale, “l’acquirente aveva l’obbligo di richiedere all’asl competente la compatibilità”. “Il problema –aggiunge- è che quando una società vende un edificio ad un ente, l’ente poi deve ripetere tutte le procedure e verificare se la struttura ha i requisiti poiché un privato ed un pubblico non hanno gli stessi obblighi. Se si fosse trattato di un negozio di scarpe poteva avere agibilità perché, per questi esercizi, non è obbligatorio neppure il wc disabili, ma solo abbattimento barriere architettoniche”. Quanto ai permessi necessari l’amministratore tiene a chiarire che “I permessi a costruire rilasciati dal comune sono regolari perché rilasciati ad un privato. L’ente che ha acquistato l’immobile non ha inoltrato nessuna richiesta di adibire ad uso pubblico la struttura né chiesto di volturare permessi o varianti, né ha richiesto all’ASl competente l’agibilità o abitabilità. Questo passaggio era fondamentale”. Tanto fondamentale che il controllo effettuato dai tecnici dell’Asl a seguito di una richiesta fatta dal sindaco, su istanza dei cittadini del 3 agosto, sono state rilevate irregolarità relative a cassa scale, servizi igienici, aerazione degli ambenti, inadeguatezza di locali adibiti a sala convegni ed ad uffici che hanno imposto al primo cittadino di ordinare la messa a norma degli stessi nel termine perentorio di sessanta giorni dalla notifica dell’ordinanza firmata il 4 ottobre 2012. Questa la storia dello stabile situato in via Pommella 24 oggi di proprietà della Provincia che ospita il Centro per l’Impiego. Una collocazione inadatta anche per il consigliere comunale e consigliere provinciale Salvino Cella che, da tempo, aveva segnalato la cosa all’ente con sede a Caserta ma senza successo. Ricordando a chi di dovere anche l’anomalia del pagamento di un fitto, da parte dell’ente, per i vecchi locali sede dell’ex collocamento perché, pur essendo stati dismessi, essendo ancora occupati da suppellettili erano considerati ancora in affitto, sprecando così decine di migliaia di euro di denaro pubblico per la locazione di uno stabile di cui la Provincia non ha più bisogno. Possibile che la storia sia questa?

ANTONIO ARDUINO

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