Merito precipuo del lavoro di Nicolina Virgilio è la ricognizione organica della multiforme attività pubblicistica di Ernesto Capocci, sul quale non mancano invero studi pregevoli, che ne hanno messo in luce i meriti nel campo della ricerca scientifica

Figura insolita di scienziato, in quanto alla severità e all’aridità talora dei prediletti studi astronomici seppe accompagnare una preziosa attitudine alla divulgazione, nella convinzione che anche le nozioni più difficili, opportunamente mediate, possono raggiungere il pubblico non specializzato. Mancava tuttavia uno studio complessivo che facesse il punto sia sulla sua vicenda biografica, sia sugli intrecci, che, almeno a partire dal 1848, legano indissolubilmente attività di ricerca e impegno politico, dai finali anni bui della monarchia borbonica ai primi anni dello stato unitario. Grazie a questo libro i cultori di storia dispongono di uno strumento di agile consultazione, in cui per la prima volta è possibile ripercorrere anno per anno la feconda attività dello scienziato e del “politico”, dagli anni di Picinisco e di Sora all’approdo al Senato del neoproclamato Regno d’Italia. Itinerario non dissimile da quello di tanti altri intellettuali di prestigio del nostro Mezzogiorno, che, pure formatisi nel contesto di una Napoli borbonica non certo incline ad assecondare il rinnovamento culturale e politico, seppero trovarsi pronti all’appuntamento con la storia unitaria del nostro paese, contribuendo con dignità e lungimiranza alla costruzione della nazione. Capocci appartiene alla stessa razza, sia pure con sensibilità politica tutta sua, dei Poerio e degli Imbriani e, si vorrebbe dire del più grande di tutti, Francesco De Sanctis. Per questo motivo gli abitanti di Picinisco possono trarre giusto motivo di orgoglio: mai un figlio di piccola patria ha legato alla sua storia personale il nome della terra natìa in maniera così indissolubile. Pochi sono quelli che si sono imbattuti nel nome di questo ridente paesino del territorio cassinese se non attraverso l’incontro con Ernesto Capocci. Il quale per parte sua non si limitò a ben meritare del suo paese natale con l’integrità della vita e la severità degli studi. Volle fare di più. Negli anni in cui il suo incarico di Direttore del Reale Osservatorio Astronomico di Napoli lo immetteva in un circuito di relazioni e di scambi scientifici di dimensione euopea, seppe e volle trovare il tempo per dedicarsi all’otium letterario, scrivendo un romanzo storico, Il primo Viceré di Napoli, pubblicato in prima edizione a Parigi nel 1838. Non fu un semplice cedimento alla tentazione. Capocci era prima di tutto severo con se stesso. Il romanzo dovette apparire a lui, così amante della comunicazione scientifica nelle misure di un’alta e agevole divulgazione, come il mezzo principe per far riflettere su quello che doveva apparirgli il “nodo” che aveva strozzato lo sviluppo della storia del Mezzogiorno: vale a dire la perdita di autonomia del Regno di Napoli, susseguente alla fine del regno aragonese (1504). Pur ancora lontano da una visione unitaria, il Capocci del 1838 vuole che i suoi lettori, leggendo una storia di amore e di politica, riflettano sull’inizio di una storia negativa, che si rifrangeva ancora nella contemporaneità. Proprio nel romanzo è come se Capocci avesse saldato il suo debito con Picinisco: alla nequizia e alla violenza delle dimore regali e dei campi di battaglia fa contrappeso la bontà, sorretta da antichi valori di fedeltà e solidarietà, che gli abitanti di Picinisco mostrano nell’accogliere Gianni e Giacinta, i due fidanzati in fuga. Lo scenario che si dispiega ai nostri occhi è quello di una natura incontaminata abitata da gente semplice: quasi un’Arcadia reale, rivissuta dall’autore sul filo della memoria e della nostalgia, in un tempo in cui le incombenze della vita lo portavano fatalmente lontano. Basta leggere le tante descrizioni del romanzo per accorgersi che lo scienziato di fama europea non aveva mai smesso di amare e di conservare nella memoria la sua diletta Picinisco. Il libro di Nicolina Virgilio sarà sicuramente utile, grazie all’ampia ricognizione sugli studi e sul romanzo nonché alla ricostruzione sistematica del catalogo degli scritti di Capocci, a quanti vorranno ripercorrere l’itinerario di questo grande intellettuale dell’Ottocento meridionale, che, serbando fedeltà ai valori della terra di origine, seppe ritrovarsi con naturalezza cittadino della nuova Italia. Tobia R. Toscano Università degli Studi “Federico II”