L’etimologia della parola “carnevale” è tuttora molto ambigua e, sicuramente, rispecchia il significato che nei diversi periodi storici ha assunto questa ricorrenza, infatti potrebbe derivare: – da Carnalia, festa greco-romana di propiziazione per un raccolto abbondante in onore del dio Saturno o carnem laxare, vale a dire “liberare la carne”, relativamente alle libertà e licenze che i contadini si prendevano durante questi festeggiamenti;

– dalle espressioni medioevali carnem levare cioè “togliere la carne” o carnem lavare, “lavare, purificare la carne” per segnare un periodo di sospensione e di astinenza dalle carni; – anche se la più appropriata “radice” della parola sembra essere proprio caro vale, cioè “addio carne!” (vale è una “formula di congedo” più o meno definitiva). Potremmo dividere la “storia del carnevale” nei seguenti periodi, che segnano anche un lento e graduale allontanamento dalle radici storiche della festa stessa. a. Il Carnevale come “Festa sociale”. È nel mondo greco-romano, dove si svolgevano feste in onore degli dei, che possiamo ritrovare le origini del Carnevale. Tali origini sono da ricercare, infatti, nell’immaginario magico-religioso dei contadini e nel rapporto uomo-terra: chi era dedito a lavorare la terra, tra l’inizio del nuovo anno e l’inizio della primavera, si dedicava a tutta una serie di “riti propiziatori” per il ritorno della luce e per la fertilità dei campi concedendosi anche ogni tipo di licenza e di libertà corporale; l’uso della maschera che ride era legato sia alla credenza che la risata, anche se non reale, allontanasse gli spiriti maligni, sia al fatto che con il volto coperto l’uomo, non riconoscibile, potesse lasciarsi andare ad atti e comportamenti solitamente inusuali, sia nell’uso teatrale di coprirsi il volto assumendo una nuova identità (persona-ae = maschera, personalità, carattere). Tra dicembre e marzo nell’Antica Roma era la volta dei Saturnali, le feste sacre al dio della fecondità del terreno, Saturno (secondo l’autore latino Livio, queste feste iniziarono all’epoca della costruzione del tempio di Saturno nel 263 a.C.). I festeggiamenti avevano inizio il 17 dicembre e duravano quindici giorni. La festa veniva inaugurata a Roma, con un sacrificio solenne, seguito da un generoso banchetto pubblico. Durante i giorni di festa gli schiavi diventavano padroni (e viceversa), in un vero e proprio “scambio di ruolo sociale”; veniva eletto dal popolo il “Re della Festa”, che aveva ogni potere e organizzava i giochi nelle piazze. Pertanto, erano giorni, oltre che per ingraziarsi i favori divini, anche di una vera e propria “festa sociale” e di “scambio di ruoli”: gli schiavi, che indossavano i vestiti dei padroni, venivano, ad esempio, serviti dai liberti o dai padroni e potevano concedersi ogni libertà. Proprio questo motivo, vale a dire dell’allentamento delle “tensioni sociali” accumulate nel corso della restante parte dell’anno, si è andato smarrendo nei secoli successivi. b. Il carnevale come periodo di “transizione” nel cammino spirituale dell’uomo. Con l’avvento del Cristianesimo molte antiche feste pagane subirono un processo di revisione e cristianizzazione: da antica “festa della terra”, “festa sociale” e “festa di scambio di ruoli” per il mondo greco-romano, il Carnevale assunse il significato di “periodo di transizione” tra due “tempi forti” per la Chiesa, Natale e Quaresima e, pertanto, assunse il significato di periodo in cui si potevano concedere “distrazioni corporali”. Nell’ultimo giorno di Carnevale, nel corso dei secoli, si è diffusa l’usanza della Chiesa delle cosiddette “Quarant’ore”, vale a dire quaranta ore di Adorazione Eucaristica continuata, per pregare per chi in questo periodo si è dedicato alle sregolatezza e ai disordini corporali. L’ultimo giorno del periodo di carnevale precede il “mercoledì delle ceneri”, durante il quale la Chiesa fa memoria dell’austero e antico rito dell’Imposizione delle Sacre Ceneri, risalente al V° secolo: le ceneri utilizzate per la celebrazione sono ottenute bruciando le palme e gli ulivi benedetti della Domenica delle Palme dell’anno precedente; il segno dell’imposizione delle ceneri costituisce sia un richiamo alla penitenza e alla contrizione per le “intemperanze carnevalesche”, sia un rimando alla condizione di finitezza del corpo umano ed una urgenza alla conversione. c. “Borghesizzazione di una festa” e “cristallizzazione della maschera”: il carnevale come “festa della solitudine di massa”. Con il Rinascimento i festeggiamenti in occasione del Carnevale furono introdotti anche nelle corti europee ed assunsero forme più raffinate, legate al teatro, alla danza e alla musica: tra i divertimenti più diffusi, i balli in maschera erano i più amati. Questa nuova modalità di festeggiamento ha la sua origine a Venezia nel 1094, quando il Doge Vitale Faliero lo nominò per la prima volta in un documento ufficiale, anche se il Senato della Serenissima ne ufficializzò l’esistenza solo nel 1296 con un editto, in cui sanciva anche la concessione di “licenze carnascialesche” per l’utilizzo delle maschere fin dal primo ottobre. Normalmente l’inizio era fissato il 26 dicembre. La città di Venezia epicentro di questo modo di festeggiare il Carnevale divenne, dunque, una città caratterizzata durante questa ricorrenza da due scenari: da una parte feste ricchissime nei palazzi dei nobili, dove si balla e si fa sfoggio di costosissimi costumi prodotti per la ricorrenza, dall’altra parte, invece, nelle piazze si esibiscono giocolieri, saltimbanchi e acrobati. Fu durante questo periodo che iniziarono anche a diffondersi “maschere pubbliche” legate a determinate città. Si avvia pertanto un processo lungo che porterà ad una vera e propria forma di “cristallizzazione” delle maschere, di ruoli sociali, dei modi di fare, di usi e costumi, di forme di divertimento: così, per esempio, Pulcinella, maschera inventata intorno al XVI° secolo dall’attore Silvio Fiorillo da Capua, diventa simbolo dei napoletani, che si guadagnano da mangiare utilizzando scaltrezza e ingegnosità. Si avviò, dunque, quel graduale processo che ha portato a forme di “divertimento individuale”, che è sfociato nella “solitudine di massa” dei nostri giorni, tradendo la “matrice collettiva” delle origini del Carnevale.