Il grado di “follia collettiva” che è stato raggiunto dagli abitanti di questo pianeta ha dell’incredibile. Il mostro chiamato “economia capitalista” si sta rivoltando contro i suoi stessi creatori. Tra qualche anno la civiltà dello spreco e della dissipazione incontrollata d’ogni risorsa, non avrà più nulla da sperperare e da distruggere. Se non s’interviene in tempo a frenare questa folle corsa verso l’autodistruzione, tra pochi decenni si raggiungerà il punto di non ritorno e in quel preciso istante tutte le Cassandre (me compreso) avranno finito di “urlare ai sordi”.

Di recente mi è capitato di leggere alcuni “Report sullo stato dell’ambiente” redatti da alcune importanti Università canadesi. Il contenuto è agghiacciante, ve lo risparmio. Ma ancora più agghiacciante è la presa di posizione di alcune nazioni (Stati Uniti e Cina in primis) che di “inversione di marcia” e di “autocontrollo” non ne vogliono neanche sentir parlare. Contenti loro. Alcuni noti economisti ritengono che il vero affare del nuovo millennio sia appunto il risanamento ambientale e l’energia alternativa. Continuare così non è più possibile. Il livello di spreco ha raggiunto un grado così elevato che, se non fosse foriero di future tragedie, sarebbe addirittura comico. Pensate che per portare un litro d’acqua imbottigliata sulle nostre tavole (la qualità è la stessa, se non inferiore, a quella del rubinetto) si sprecano ben due litri d’acqua potabile e 1 litro di petrolio combustibile: incredibile! Per tenere un’ora accesa una sola delle milioni di lampadine installate nei faraonici casinò/alberghi di Las Vegas si deve bruciare 1 chilogrammo di sabbia petrolifera (ogni anno si brucia un quantitativo di sabbia equivalente a quello che servirebbe per trasformare il lungotevere o il lungarno nella spiaggia di Rimini o Riccione). Eppure basta ripercorrere la storia di alcuni popoli per capire come l’utilizzo corretto o sbagliato delle risorse possa influire positivamente o negativamente sul loro stesso destino. La storia dell’Isola di Pasqua (Rapa Nui, nella lingua locale), che si trova a 3.600 chilometri dalle coste del Cile, è un esempio “illuminante” della follia umana. Un’isola rigogliosa, ricoperta da foreste, ridotta ad una distesa di pietre intervallate solo dai famosi Moai (che in ricordo degli sciagurati abitanti chiamerei simpaticamente le “Teste di… dell’Isola di Pasqua”). Tutto questo per la stupidaggine degli uomini che, tagliando uno dopo l’altro ogni albero o arbusto esistente per innalzare questi monumenti alla bestialità umana, dimenticarono che il posto più vicino per far rifornimento di legna era distante centinaia di miglia marine. Ma veniamo a fatti ed a tempi più vicini a noi. Qualche settimana fa mi sono recato a far compere in un centro per il bricolage. Ho constatato con i miei occhi il livello di spreco assurdo raggiunto della grande distribuzione organizzata. Dei semplicissimi chiodini, peso totale 20 gr. e costo industriale di 0,06 centesimi, erano confezionati con uno scatolino in materiale plastico traslucido nel quale era inserito un supporto di plastica serigrafata a quattro colori e un fogliettino stampato fronte/retro a due colori, il tutto era sigillato in un foglio trasparente di materiale plastico termoretraibile sul quale era stata incollata l’etichetta del supermercato, il codice a barre (stampato su etichetta metallizzata) ed un sigillo di garanzia. Il costo totale di tutto l’ambaradan era di € 1, 99. Il che vuol dire 1.93 di cose inutili e 0,06 di prodotto. Sarebbe bastato un semplicissimo sacchetto di carta “mozzarella” (tipo quella che usano i geometri e gli architetti per i progetti ) del costo di 0,06 euro per far sì che una ventina di chiodini tornassero a costare 0,12 centesimi, ovvero le famose 240 lire di una volta. Al costo di euro 1,93 vanno aggiunti, poi, i costi per lo smaltimento che, allo stato attuale o sono pari a zero (utilizzando il famoso sistema “accendi il falò sottocasa e brucia la monnezza” in uso in Campania) o sono pari a circa 0,7 centesimi (per venti grammi di materiale ferroso riciclabile). Il totale per venti chiodini da un grammo ciascuno raggiunge la bella cifra di 2,00 euro ovvero 193.270 delle vecchie lire, il chilogrammo. Il doppio del costo di un chilo di culatello di Zibello d.o.p.. Io ritengo che andare avanti così non sia più possibile. Qualcosa bisognerà pur fare. Utilizzate, quindi, il post per proporre i vostri suggerimenti e le vostre idee al riguardo. Ah… a proposito, non vorrei essere scambiato per uno dei soliti ambientalisti che predicano bene e razzolano male. Il problema riguarda tutti, non solo i “verdi”. Io, nel mio piccolo cerco di fare qualche cosina. Dedicherò, a questo proposito, un prossimo articolo ai consigli pratici per salvaguardare l’ambiente ed ai sistemi per risparmiare sui costi dell’energia. Per questo non vorrei essere scambiato per quel simpaticone di politico che ha candidamente confessato che si lava una volta la settimana per non sprecare acqua. Ammettendo che ciò possa servire a risparmiare tanta acqua, cosa assolutamente non vera (una cartiera per produrre cento tonnellate di carta consuma mezza cascata del Niagara) il vero problema sarebbe, poi, sopportare l’olezzo dei politici. Francamente, non me la sentirei. Sopportiamo già tanti dei loro difetti che questo sarebbe la classica goccia (d’acqua) che fa traboccare il vaso… (nessun doppio senso, please).

Ugo Persice Pisanti