Siamo alle solite, oramai lo scrittore Roberto Saviano, edito da Mondadori, sembra essere l’unico minacciato dalla Camorra, che a quanto pare lo avrebbe “solo” intimidito, a differenza di altri colleghi del nostro territorio che sono stati oggetti di attenzioni ben più pesanti. Adesso la gran cassa della stampa nazionale, spesso interessata, che lo sta facendo apparire come l’unico che abbia il coraggio di scrivere la verità in merito al Clan dei Casalesi, sta pubblicizzando il fatto che il suo libro diventerà un’opera teatrale.

Nessuno ricorda che c’è chi già rischia la pelle sui palcoscenici italiani, il Clan dei Casalesi è oggetto de “Il Macero”, uno spettacolo che recentemente è stato rappresentato anche al Festival della Letteratura di Asti, ma tutti questi giornalistoni che hanno un occhio di riguardo per il minacciatissimo e super scortato Saviano fanno finta di non saperlo, così come volutamente ignorano che molti cronisti vivono a Casale e dintorni continuando a scrivere con coarggio sul conto dei Camorristi. “Il Macero”, rappresenta quello che i nostri contadini chiamano “Lo Scamazzo” è il titolo del monologo interpretato da Roberto Solofria (nella foto). Si tratta di un lavoro teatrale che è tratto dal romanzo di Nanni Balestrini “Sandokan – Storia di Camorra” (Einaudi), il monologo per la prima volta è stato rappresentato nel dicembre del 2004. Si tratta di un’esplicita denuncia di quello che è il vissuto quotidiano della nostra gente, in particolare dei giovani, di Casal di Principe e dei paesi limitrofi stretti nella morsa della Camorra di cui Francesco Schiavone alias Sandokan per anni è stato il capo incontrastato. Solofria nel suo monologo, che dura circa un’ora, rappresenta la quotidianità di questi comuni dove tutti sanno e nessuno vede, il titolo si riferisce ai centri di raccolta dell’Aima dove i contadini dell’Aversano portavano la frutta prodotta in eccedenza da distruggere, per la quale l’Unione Europea elargiva cospicui rimborsi. Centri che nel nostro vernacolo vengono detti appunto “scamazzi” e sulla cui attività il Clan dei Casalesi, una delle organizzazioni criminali più potenti d’Europa, ha lucrato capitali ingenti truffando anche con la complicità di pezzi delle istituzioni. Solofria raccontando le gesta del boss e del suo clan, partendo dalle modalità dell’arresto di Schiavone-Sandokan, interpreta un ragazzo che decide di parlare, di ribellarsi all’abitudine verso la morte ed il ricatto, e che è costretto come tanti di noi a farsi la valigia e ad andare in una fuga verso la libertà nel Nord del paese, proprio come tanti di noi che per avere un legame con la terra naia abbiamo fondato questo giornale. L’artista tratteggia in maniera molto precisa la differenza di vita che c’è tra Aversa e Casal di Principe, dove solitamente i giovani maschi non possono parlare con le ragazze, stanno sempre insieme e vengono su crescendo con la logica del più forte, quella del branco, dove solo il più violento è considerato il più capace. Con una mentalità assurda che si esplica nel costruirsi una casa, anche abusiva, e possedere una Mercedes ultimo tipo (non a caso il luogo dove più si vendono auto della nota marca tedesca), e perché no anche una bell’arma da fuoco. Il lavoro teatrale non è stato mai rappresentato a Casal di Principe per ovvi motivi, nell’Aversano solo ad Aversa è andato in scena. Una denuncia coraggiosa che ha meno sponsor, parla in maniera cruda di fatti reali e non in maniera romanzata come quella di altri autori, che non poche difficoltà ha trovato per essere messa in atto. Salvatore Pizzo

Nella foto sopra: Roberto Solofria