Un decesso improvviso che riapre pesanti interrogativi e accende i riflettori della magistratura. Costantino Russo, 39 anni, è morto in cella a causa di un malore, presumibilmente un infarto. Figlio di Giuseppe Russo, detto Peppe ’o Padrino – storico fedelissimo del capoclan Francesco “Sandokan” Schiavone –, il 39enne stava vivendo una fase cruciale della propria vita: aveva infatti avviato un percorso di collaborazione con la giustizia. Sulla sua scomparsa sta ora facendo luce la DDA di Napoli.
Russo era finito al centro di un’imponente operazione condotta da DIA e Guardia di Finanza, con oltre 39 indagati. Secondo gli inquirenti, dopo la detenzione del padre e degli zii, era diventato il principale riferimento della fazione Russo, legata a doppio filo al gruppo Schiavone. Una posizione apicale che gli aveva permesso di conoscere dall’interno la ristrutturazione delle nuove gerarchie del clan dei Casalesi.
Le sue rivelazioni stavano aiutando gli investigatori a ricostruire la fitta rete di affari e investimenti illeciti tra Castel Volturno e l’Aversano. L’inchiesta a suo carico spaziava dall’associazione mafiosa all’intestazione fittizia di beni, fino alle estorsioni e al riciclaggio in bar, stabilimenti balneari e centri estetici.
Russo era inoltre accusato di aver promosso un’organizzazione dedita al traffico di cocaina e marijuana. Il locale Area 51 avrebbe funzionato sia come centrale per le scommesse clandestine sia come piazza di spaccio, con metodi estorsivi e disponibilità di armi per punire i debitori.
I suoi verbali stavano incastrando imprenditori contigui, prestanome e canali di collegamento tra i boss al 41 bis e i referenti liberi. Ora spetterà alla magistratura fare piena chiarezza su questo decesso arrivato proprio mentre il velo di omertà sul clan si stava squarciando.
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