Gli affari emiliani, quelli parmigiani per lo più, del Clan dei Casalesi sono un’amara realtà che la Corte di Cassazione ha confermato con pene detentive che complessivamente superano i 36 anni di carcere, la condanna più alta a 7 anni, la più bassa un anno con la sospensione condizionale, esse riguardano ben 12 fiancheggiatori della holding criminale capeggiata da Michele Zagaria, per altri quattro le condanne sono state cassate e le posizioni rinviate alla Corte d’Appello di Napoli affinché le riesamini.
Oltre a quelle dell’imprenditore di Parma Aldo Bazzini, che in appello aveva avuto 3 anni e 4 mesi, le altre pene cancellate sono quelle del fratello del boss Pasquale Zagaria detto “Bin Laden”, aveva avuto 8 anni 10 mesi, l’uomo che cercava agganci nella politica parmigiana noto per aver cercato un contatto con l’ex assessore del Comune di Parma Giampaolo Bernini, quando quest’ultimo era consigliere del Ministro Lunardi; Michele Barone che aveva avuto 7 anni e 4 mesi e Michele Fontana 7 anni e 11 mesi. Francesca Linetti, la moglie di Pasquale Zagaria e figlia della compagna di Bazzini, si è vista confermare un anno con la sospensione condizionale. La principale attività che sarebbe stata svolta a Parma, quella dell’acquisto di immobili con i soldi intrisi di sangue attraverso finanziarie e società immobiliari pilotare dal Clan dei Casalesi, anche se apparentemente controllate da amici di Parma. Un legame quello dei Casalesi con Parma fatto soldi insanguinati e affari, che risale all’inizio degli anni ’90 quando le aziende distributrici della Camorra imposero i marchi Parmalat in vaste aree del Sud, fatti per i quali Michele Zagaria deve scontare 13 anni, 8 anni suo nipote Filippo Capaldo e 10 anni il precedente capo dei Casalesi Francesco Schiavone Sandokan, 10 anni, ma gli inquirenti della DDA stanno lavorando ad altre pesanti attività finanziarie nel settore creditizio avvenute a Parma, dove il Clan dei Casalesi sembra muoversi come una qualsiasi rispettabile azienda.
Salvatore Pizzo