pasca lina“E attendo la Sera” è la raccolta di poesie recentemente pubblicata da Lina Pasca (edizioni Youcanprint), come la stessa autrice ricorda esso è un tumulto di sentimenti e stati d’animo, figlio di gioie, dolori, passioni, lacrime, amore. Figlio di emozioni capaci di aprire il cuore e farlo parlare, a volte sottovoce, altro urlando. Dichiara la stessa autrice riferendosi alla sua passione per la poesia:

“Non sono io che scrivo, sono le parole che si impossessano di me. E quando sono “posseduta”, da me esce poesia pura, in maniera oserei dire “incontrollata””. Lina Pasca attualmente è vice sindaco di Banchette, vicino Ivrea (Torino), ma è originaria di Aversa in Campania. Sotto la prefazione e il prologo.

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Prefazione

Come la notte che tutto cela ma che nulla nasconde, la poesia di Lina Pasca racconta della vita e delle sue mille sfumature con l’eleganza delle forme e l’immediatezza dei sentimenti appena abbozzati.
Il ricordo dolce della madre, il dolore per un passato remoto intuito dal lettore ma mai del tutto colto, la vivace spensieratezza del presente, trascinano chi legge in un viaggio la cui meta è un rapporto costante con la propria coscienza.
Forme auliche si alternano con sintonia vivace a strutture decisamente più leggere ma non per questo meno prive di valore. L’ordine con il quale esse si susseguono produce il solo effetto di una dolce malìa lasciando nel contempo liberi di proseguire o meno nel giogo creato ad arte dall’autrice.
Vibranti passioni, denunce, idilli, ricordi lontani o più semplicemente sogni, sono l’ossatura di un’opera che all’apodittica affermazione del sé predilige il sussurro discreto di emozioni universali.
“Tra le foglie di grano” spaccato conturbante della lotta interiore di una donna divisa tra passioni spudorate ed amori casti. “Le foglie morte” quadro superbo dell’assillo interiore di un’anima candida troppo avida di conoscenze per non percorrere, fino in fondo, l’abisso del piacere carnale e vizioso. “Scintille” ideale congedo verso una stagione della vita che sembra solo in apparenza essere lasciata alle spalle; formano un cerchio ideale dove si racchiude l’alfa e l’omega di un’esistenza che sebbene priva di rimpianti è quantunque condita da rimorsi.
Solo in apparenza appare lontanissimo, rispetto ai versi succitati, l’approccio adoperato dall’autrice nei versi dedicati alla propria madre.
In “Mamma… e ti vengo a cercare” il tormento della carne, misto al coacervo di valori cattolici, si evolve in amore puro ed incondizionato verso la propria madre. Esso si scontra con il mistero della morte dinanzi a cui non c’è che disincanto.
“Mamma… il tuo ricordo” è il disegno di memorie lontane ancora vive nella mente dell’autrice. Lo schizzo si impone con forza e vince, come lei stessa ammette, lo sforzo continuo di accettare una perdita che accogliere proprio non si può.
Il mistero del male assoluto e la più alta espressione dell’opera di Pasca la si raggiunge in “E attendo la sera”.
Il racconto delle violenze sessuali subite da una creatura inerme dinanzi al proprio aguzzino sfocia, con straordinaria vividezza e candore, nelle parole dell’autrice. Non c’è odio nei suoi versi, né rabbia: solo un’umanissima dignità. Una nobiltà che la erge e la consacra come una poetessa capace di suonare a meraviglia tutte le note dell’accidentato animo umano.
Degne di menzione sono anche i versi dedicati alle figlie “Ode ad Alissa” e “Ode ad Aurora”, quelli rivolti alle vittime del terremoto in “Come soffio di fiato”, agli immigrati “Non uomini” e quelli destinati ai soldati in “La battaglia delle Ardenne”. In essi si scorge un altro tratto ancora di chi scrive, quella di madre e persona impegnata nel sociale attraverso quel formidabile caleidoscopio di emozioni che è la politica.
Interessanti anche i versi in francese “Laisse-Moi Mourir” e quelli in dialetto napoletano “L’Auciello, “Capriccio” e “Ann Disgraziat”, l’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, del grande spirito eclettico dell’autrice.
“La scrittura per me è un demone. Quando mi prende resistervi è impossibile” ha dichiarato più volte Pasca.
La poesia come forza incontrollata e dominio incontrastato non solo di chi scrive ma anche di tutti coloro che casualmente in essa si imbattono. La chiave di volta di questo libro è forse proprio qui. Inermi di fronte al mistero della vita e dei suoi oscuri disegni, l’unica cosa che occorre fare è lasciarsi travolgere dal suo mistero. Che sia la passione folle per amori proibiti; il dolore immenso per un’infanzia negata; il vuoto incommensurabile lasciato dalla morte prematura della propria madre; l’amore smisurato per le proprie figlie o il pathos per il destino amaro degli ultimi della terra; il messaggio affidato al lettore è unico: vivere all’insegna della passione declinata in tutte le accezioni possibili.
In fondo cos’è il naufragare nelle infinite emozioni dell’esistenza se non l’unica possibilità che abbiamo per cogliere appieno luci ed ombre della vita? La poesia di Pasca, ardente di passione, inquieta e nel contempo inesauribilmente dolce e malinconica, è una pregevole zattera a cui aggrapparsi.

Raffaele de Chiara
Giornalista

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PROLOGO

La fisicità e la sensorialità di odori, colori, tessuti, materiali come cassa armonica per echi che fanno da alveo e complemento ad immagini ataviche che, con morbida irruenza, squarciano la corazza del quotidiano per condurre il lettore a pacificarsi con la propria natura viscerale.
Sono i colori primari quelli in cui Pasca attinge il proprio pennello per dar vita a versi che, per la loro ricchezza cromatica ed evocativa, si traducono in tele maestose davanti agli occhi di uno spettatore che ne rimane inevitabilmente intrappolato.
Il rosso del fuoco che arde passionale, permeando come alito vitale ogni singola lirica. Il giallo della luce che si posa silenziosa a modellare un universo visivo di forme drammatiche; dettagliato e raffinato, in contrappunto alla carnalità dell’iconografia epica che riporta la vita, fin la più umile, alla dimensione sacra che le appartiene di diritto. Il blu e la trasparenza delle lacrime. Lacrime di dolore, di passione, lacrime che per amore sanno farsi “oceano” e infine acqua purificatrice in grado “di calmar il dolor”. Il nero delle tenebre e delle nubi tempestose che con la loro plumbea ottocentesca cornice paiono la coreografia naturale dell’epica dell’autrice. E ancora il nero della morte, che torna, lirica dopo lirica, talvolta silente, talvolta gridata, altra accarezzata con dita nostalgiche a ricordare che non v’è ombra senza luce, né luce senza ombre.
Almeno dove c’è vita.
E le righe di Pasca sono intrise di vita, esaltata in tutte le sue molteplici espressioni.
Nel leggere queste pagine le mani affondano nella terra a stringere la materia, ci si sporca, impossibile distogliere lo sguardo da quello specchio cartaceo che con la propria aulica cornice dorata non fa che riflettere l’immagine del nostro essere atavico. Un ritratto universale che vede la luce attraverso un intimo vissuto. Nascita, amore, passione, morte. L’essenza dell’umanità colta nella propria eclettica natura, sondata elegantemente in ogni sua forma.
Una ricerca che si palesa in “Uomini non Uomini” e ancor di più ne “La Stazione”, dove l’intero mondo pare fermarsi per un istante alla fermata di un treno accendendo il riflettore sulle poliedriche forme di vita che lo popolano, per donare al lettore nuovi occhi.
“E attendo la sera” è un viaggio che richiede onestà e coraggio, un percorso capace di spogliarci delle consuete artefatte armature, donando la capacità di meravigliarsi e abbandonarsi.

Christian Naretto
Giornalista

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