Al Presidente della Repubblica Italiana
Giorgio Napolitano
Signor Presidente,
in questo scorcio d’anno, che ha rappresentato oramai il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, spero di essere in tempo ancora per dichiarami del tutto estraneo a tali festeggiamenti.
E non perché avrei, mai, aderito al partito che fa della secessione la punta di diamante del suo programma politico, che per ironia della sorte e a dispetto di ogni coerenza ci ha governati, fino a pochi giorni fa, all’insegna di quella Unità che oggi si vorrebbe elogiare e che , invece, la stessa fazione politica ci tiene a negarla, facendo venir meno il suo assenso e frenando persino l’esultanza, nel giorno di festa stabilita, anche occasionalmente, dal momento che l’assenza dal lavoro, concreta espressione di una ricorrenza, non è risultata neppure come conveniva generosa, dovendo sfruttarla tra quelle già assegnate nell’anno, obbligando a prenderla in prestito tra le cosiddette festività soppresse.
Neppure, mi creda, per scarso spirito patriottico, quello che fa riconoscere un cultuale attaccamento al proprio suolo, reso a titolo di riconoscenza per il diritto e per il privilegio che dà l’appartenenza ad una comunità, quando incute un tale senso di sicurezza, capace di suscitare e accrescere un certo orgoglio, con le caratteristiche proprie di un popolo.
Certamente non per anacronistica quanto improbabile nostalgia dei Borboni che, seppure tanto oltraggiati, sono stati poi sempre ricordati con rammarico dal popolo meridionale, dopo l’instaurazione di quel governo piemontese che di unitario non faceva trasparire alcun sentimento, né di popolo né di solidarietà umana, così straniero e così spietato, per nulla familiare.
E poi, una ricorrenza così concepita, che viene celebrata quando la persona festeggiata ormai non c’è più, può capitare soltanto in un giorno di lutto, dovendo rincorrere i giorni che furono, con qualche ricordo e tanti rammarichi.
Signor Presidente, il 150° anniversario ricorda giustappunto il giorno della perdita, costellata di mille incertezze che, con i se e con i ma, tormenta sempre quelli che restano quando immagina per il dipartito un diverso destino, se fosse restato ancora in vita.
E il ricordo è ancora più penoso se la fine risulta accidentale, dovuta a mano sbadata o all’incontro sfortunato con qualche malintenzionato, che per motivi imprecisati determina tanto dolore e strazio. Pensavo ai Savoia, assenti eccellenti di questi festeggiamenti. Pensavo al popolo delle Due Sicilie, che hanno subito una disumana ingiustizia.
L’Unità di Italia, con l’occupazione del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia, ha determinato la fine di un popolo, decimato da una giustizia sommaria, disperso per quella diaspora che conosciamo, dopo che fu costretto a patire una profonda depressione sociale ed economica ed una miseria senza precedenti, fino a soffocare in una sua identità nazionale, così da dar luogo alla ben nota questione meridionale, che ancora oggi non si riesce di venirne a capo.
Il 17 marzo 2011, quindi, come si dice dalle nostre parti, si è festeggiato con il morto in mezzo alla casa.
Anzi, i morti erano due, la vittima ed il suo assassino, giustiziato a sua volta per i suoi reati, dal momento che i Savoia, artefici principali di quella Unità risorgimentale, la stessa che viene rievocata con plauso, sono poi stati messi al bando dall’ordinamento repubblicano, di cui Lei, Signor Presidente, è un emerito rappresentante, chiamato ad elogiare, per ironia della sorte, il dubbio operato di quella Monarchia, a cui si fa fatica riconoscere una minima peculiarità storica. Diversamente, si sarebbe potuto ritenere più opportuno e, finanche, essenziale che i Savoia fossero presenti a questo evento speciale, come una loro specifica ricorrenza, dal momento che i veti, posti dalla nostra Costituzione per i discendenti maschi dei Savoia, sono stati già più volte disattesi dai vai governi italiani.
In un paese, come il nostro, Signor Presidente, già con tante divisioni interne, con contrasti politici, a dir poco, esasperati, in un tempo di crisi così accentuata, conveniamo tutti con Lei che ci sarebbe bisogno proprio di quella unità che, senza retorica, ci facesse intendere meglio sugli scopi comuni da perseguire, che identificano sempre un gruppo che come tale impegna tutti i suoi membri a dare il massimo sforzo al fine di rimanere uniti per essere meglio distinti, nel raggiungere il suo principale intento prefissato.
Per questo, non mi ritrovo coinvolto, francamente, in questo richiamo all’unità nazionale sulla scia di quella monarchia che si è dimostrata tanto inadeguata ed estranea al percorso avviato dal popolo italiano, soppiantata di sana pianta nella sua istituzione costituzionale dallo statuto della Repubblica, a cui spetta la totale sovranità nazionale, affidata ai suoi rappresentanti eletti per delega e non più a coloro che ne interpretano la maestà per diritto divino. Tanto è vero che nella tradizione italiana non se ne ha più traccia della dinastia regale, a cui dovremmo essere grati. Persino l’inno nazionale di Mameli, un canto prettamente risorgimentale che ci è ora tanto caro, con l’esperienza repubblicana, dal 1946 soltanto ha sostituito, nella commozione, la Marcia Reale del re Carlo Alberto.
In un tale processo di falsa beatificazione dei Savoia, mi permetta di poter chiedere, Signor Presidente, di essere esonerato da ogni coinvolgimento, insistendo su altri valori che più ci appartengono, per spirito di esperienza senz’altro più solidale e più comunitaria, per ritrovare quella Unità che hanno spinto i padri dell’Assemblea Costituente a concepire per l’Italia un ordinamento più nazionale e più democratico, forti di quella prova unitaria svolta già nello sforzo comune di cacciare i tedeschi, quelli sì, che attentavano alla nostra inviolabile libertà di popolo.
Fiducioso in un riscontro favorevole, i miei più distinti saluti.
Stefano Giacomo Iavazzo