
Gaetano Andreozzi con dietro il teatro dell’ Opera.
GAETANO ANDREOZZI (Lo Jommellino)
Gaetano Andreozzi, detto lo Jommellino per la sua parentela col più celebrato Niccolò e anche per la caratura inferiore, chiude la triade dei più grandi musicisti aversani del Settecento.
Stando alle ricerche del Parente, che ne rinvenne l’atto di nascita (andato perduto ) nei registri della chiesa della madonna di Casaluce, aprì gli occhi ad Aversa il 22 maggio del 1755 da Gennaro e da Candida Capone.
Incline sin da bambino all’ arte musicale, fu messo giovanissimo a studiare nel Conservatorio napoletano di S. Maria di Loreto, dove apprese i primi elementi di canto, armonia e contrappunto da valenti Maestri perfezionandosi negli anni.
Anni non di certo facili, caratterizzati da un quadro politico-sociale alquanto precario, segnato da continue e profonde trasformazioni alle quali bisognava adeguarsi, che influenzarono non poco il timido carattere del nostro Andreozzi che tardò a mettersi in evidenza.
Principalmente per le difficoltà d’inserirsi nel mondo musicale napoletano, nel quale poté accedere soltanto per intercessione dell’influente abate Ferdinando Galiani su raccomandazione di Jommelli.
Il Galiani, vistane la bravura, lo fece approdare a Firenze dove mise su famiglia iniziando un più consistente percorso formativo-artistico, a partire dal 1778.
Un percorso che condivise con la prima moglie Anna De Santis, cantante di talento, che sposò nel 1783 e con la quale viaggerà per le varie città italiane ed europee rappresentando le sue opere.
Nel 1781 presentò al teatro “La Pergola” di Firenze l’opera giocosa “L’ Equivoco” che ottenne il consenso del pubblico imponendolo all’ attenzione degli esperti e della critica.
Nel 1784 si recò alla corte di Pietroburgo, su invito della zarina Caterina II, ma, minacciato da più parti, fece subito ritorno in Italia componendo l’opera “Le tre fanatiche”, dramma comico, che mise in scena nel teatro del Fondo di Separazione di Napoli nel 1785.
Tornò di nuovo a Firenze, qualche anno dopo, per impegni professionali facendo del tutto per farsi scritturare nei vari teatri italiani.
Cresciuta la sua notorietà, finalmente nel 1788 riuscì a far rappresentare al San Carlo di Napoli l’opera “Sofronia ed Olindo” con la quale ebbe inizio la sua ascesa artistica.
Sta di fatto che, su richiesta, scrisse opere varie per i teatri di mezza Europa dalla Germania alla Spagna oltre che per quelli italiani.
Nel 1791 si spostò con la moglie a Madrid dove assunse, tra l’altro, l’incarico di maestro di clavicembalo della Compagnia dell’Opera Para Los Canos.
Un anno dopo fu a Torino e a Venezia, dove era già stato prima, per ritornare a Napoli nel 1792 per impegni presi col teatro dei Fiorentini.
Nel 1794 compose e presentò al teatro del Fondo del capoluogo campano il dramma sacro “Il Saulle” e contemporaneamente il melodramma giocoso “La principessa filosofa ” che andò in scena nel teatro S. Benedetto di Venezia, opere eccelse che conobbero Roma ( nel 1795 ) e le altre città della Penisola.
Nel 1797 Andreozzi con la moglie si recò in Sicilia mettendo in scena a Palermo il dramma ” La morte di Cleopatra ” e la magnifica opera “La vergine del Sole ” che furono replicate per settimane.
Nel mese di dicembre del 1798 approdò a Torino mettendo in scena l’opera seria ” Argea ” nel Teatro
Nazionale.
Dopo una breve sosta a Parma ( 1800 ) fece ritorno a Napoli dove compose, per i Borbone, la cantata
” Il ritorno dei Numi ” che venne rappresentata nel settembre del 1802.
Seguirono anni difficili, anche per i mutamenti politici, durante i quali la vena creativa di Andreozzi andò
via via affievolendosi.
Nel 1806, dopo la morte tragica della moglie Anna, assunse la gestione del San Carlo sperimentando la vita d’ impresario e riprendendo i contatti con i teatri di Firenze, Roma e Napoli.
Rimasto vedovo, si risposò mettendo al mondo altri figli e, incendiatosi il San Carlo nel 1816, fu nominato
Ricevitore dei beni della Real Casa di Carditello.
Nel 1825 fu costretto ad accettare l’invito della duchessa di Berry e si recò, stanco e malandato, a Parigi per lavorare come maestro di canto presso la corte delle Tuileries.
Non passò un anno che, per ragioni di salute, lasciò la Francia facendo perdere le sue tracce sulla strada del ritorno in Italia. Correva l’anno 1826. Con Lui se ne andava un aversano doc e un illustre musico.
Antonio Marino
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