Il decreto di confisca contro l’ala parmense del Clan dei Casalesi, emesso nei giorni scorsi contiene pesanti riferimenti, che rende chiari quali siano le aree grigie di certi in cui si muovono certi colletti bianchi di quella Parma che è scesa in affari con la Camorra. Scrivono i magistrati della seconda sezione penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, riferendosi ad alcuni ambienti bancari parmensi ben individuati (anche se stranamente non sono indagati), che non hanno offerto “alcuna dimostrazione della buona fede (…) omettendo di documentare le analisi di tipo economico finanziario a fondamento dei finanziamenti concessi”.
Al Clan dei Casalesi sono stati confiscati beni per circa 65milioni di euro, una buona parte di questi beni riguarda proprio le attività parmensi, che secondo gli inquirenti di Napoli ruotavano intorno al gruppo Bazzini. Le sedi societarie erano nel cuore nello storico quartiere dell’Oltretorrente in Via Bixio 41. I magistrati di Santa Maria Capua Vetere sono durissimi quando, riferendosi alle aderenze in una parte deviata nel settore bancario che opera a Parma, scrivono: “L’accezione della buona fede appare radicalmente da escludere”. Segno che le indagini continuano e stando così le cose, non è da escludere che potrebbero esserci dei risvolti che tocchino operatori del settore creditizio. Un caso simbolo di questa vicenda è avvenuto il 29 luglio del 2003, quando Pasquale Zagaria, fratello del capo del Clan dei Casalesi, si è recato in un istituto bancario a Parma per definire gli aspetti di un operazione finanziaria nel settore mobiliare, portando 500mila euro in contanti. A tal proposito scrivono i magistrati: “Ciò porta senz’altro ad escludere la possibilità di configurare in capo alla banca una situazione di buona fede ed affidamento incolpevole”. Tuttavia è da notare che per adesso non ci sono bancari e banchieri indagati.
Salvatore Pizzo