In questi giorni ci si sta stupendo che purtroppo la Camorra ha trovato “teste di ponte” anche in Emilia Romagna, una situazione che hanno descritto puntigliosamente, e più volte, decine di cronisti, denunciata da vari scrittori che hanno realizzato testi relativi a queste questioni. Un fenomeno sicuramente triste, sul quale non bisogna abbassare mai l’attenzione anzi, ma pare assurdo che ci si meravigli per delle notizie vecchie. Nei giorni scorsi il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, rispondendo al deputato della Lega Angelo Alessandri che chiedeva lumi sulle presenze di organizzazioni malavitose nella regione, ha fornito la cronostoria di quanto era già noto. Purtroppo nella risposta non viene sottolineata la vicenda Parmalat, quando i marchi dell’azienda vennero imposti in Campania a suon di bombe dal Clan dei Casalesi facendo saltare in aria le aziende concorrenti. Ci sono arresti e condanne. Sotto pubblichiamo il testo completo dell’interrogazione di Alessandri, la risposta completa del ministro, e forniamo e i link di una serie di articoli che descrivono gran parte di queste vicende dal 2006.
ALESSANDRI. –
Al Ministro della giustizia.
Per sapere – premesso che:

negli ultimi anni si è registrato un aumento delle infiltrazioni della malavita nella regione Emilia-Romagna, che fino a pochi anni fa godeva di una situazione di legalità assai favorevole ed il cui tessuto economico era quasi immune da fenomeni relativi alla malavita, segnatamente quelli a carattere mafioso o camorristico;

in ragione di questo incremento della illegalità si ritiene indispensabile aumentare la vigilanza da parte delle diverse strutture dello Stato a partire dalla Magistratura;

in questo quadro è indubbio che le associazioni di categoria del lavoro autonomo rivestano un ruolo primario nel presidio della legalità sul territorio, proprio per il rapporto costante con migliaia di aziende che operano sui territori della regione -:

come valuti la posizione delle associazioni di categoria del lavoro autonomo rispetto alla loro importanza nel porsi come elemento utile al presidio del territorio, in particolare nella regione Emilia-Romagna, contro l’attecchimento della criminalità organizzata e in tale ambito se, in ragione della loro centralità, non giudichi affermativamente che anche tali associazioni, come anche tutto il tessuto economico cui fanno riferimento, siano esposte al rischio di infiltrazioni della malavita organizzata;

se, a seguito di eventuali verifiche disposte dalla Procura della Repubblica e successivamente dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Emilia-Romagna, risulti che siano state svolte indagini o intercettazioni negli anni 2005, 2006 e 2007 sul tessuto economico, o su soggetti associativi in genere, in Emilia-Romagna ed in caso affermativo, quale sia lo stato l’esito del relativo procedimento penale.
(4-01775)

 

Risposta scritta pubblicata giovedì 30 luglio 2009

Risposta. – In risposta all’interrogazione in oggetto si fa presente quanto segue, sulla base delle notizie fornite dal Ministero dell’interno e dal procuratore della Repubblica di Bologna – Direzione distrettuale antimafia.

Lo sviluppo economico della regione Emilia Romagna, determinatosi grazie allo spiccato dinamismo di piccole e grandi imprese, rappresenta indubbiamente motivo di attrazione per la criminalità organizzata, benché il tessuto sociale e la azione di contrasto delle forze di polizia costituiscano un importante contrafforte.

Si deve dare atto, infatti, che è frequentemente segnalata, nella regione, l’operatività di elementi appartenenti ad organizzazioni di tipo camorristico, mafioso e di origine calabrese (`ndrangheta).

Il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Bologna, interessato in proposito, ha sintetizzato i principali filoni di indagine e le attività investigative condotte dalla DDA che, molto spesso – anche in coordinamento con le Direzioni distrettuali antimafia di volta in volta interessate (principalmente, quelle di Napoli, Palermo e Catanzaro) – si sono concretizzate in brillanti risultati.

Da tempo, nella regione sono attivi soggetti contigui al «cartello dei Casalesi» che hanno esteso i propri interessi in alcuni settori economici ed imprenditoriali. Il «clan dei Casalesi», le cui emanazioni rappresentano un pericolo per il comparto degli appalti pubblici emiliano, ha creato articolazioni operative dapprima per fornire supporto logistico ai latitanti e poi per agevolare penetrazioni finanziarie illecite nel mercato immobiliare e nelle gestioni d’impresa.

Nei territori di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Rimini e Ferrara la pressione estorsiva della delinquenza campana è stata esercitata non soltanto nei confronti di imprenditori edili di origine campana, ma anche verso quelli di origine emiliana.

Secondo quanto riferito dal capo dell’ufficio requirente, allo stato, i soggetti legati alla camorra riconducibili al «clan dal Casalesi» sono presenti in particolar modo nella provincia di Modena, soprattutto nell’area che abbraccia i comuni di Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Soliera, S. Prospero, Bastiglia e Mirandola. Le attività illecite esercitate si concentrano per lo più in estorsioni e gestione del gioco d’azzardo.

Proprio in un contesto estorsivo deve inquadrarsi l’episodio avvenuto in data 8 maggio 2007 in cui un «commando», proveniente dall’agro aversano, ha gambizzato con colpi di arma da fuoco un imprenditore edile originario di San Cipriano D’Aversa, operante nella provincia di Modena. Tuttavia, la profonda conoscenza del fenomeno e l’attività d’indagine delle forze di polizia ha permesso l’immediata cattura ed arresto dei responsabili, appartenenti al «clan dei casalesi» avvenuta lungo l’autostrada A1, nei pressi di Firenze.

Sempre nell’ambito dei reati estorsivi vanno, altresì, collocate le condotte delittuose di estorsione ed usura poste in essere dal «clan D’Alessandro» di Castellammare di Stabia ai danni di un concittadino che aveva aperto un ristorante a Salsomaggiore. Il relativo procedimento si è concluso con sentenza del tribunale di Parma, che ha condannato a pene elevate (anche in forza dell’articolo 7, legge n. 203 del 1991) i 5 imputati, tutti appartenenti al «clan D’Alessandro».


Ai fini della comprensione dell’estensione delle espansioni criminali di cui si è detto, deve ritenersi essenziale un’indagine della DDA di Napoli che ha interessato la città di Parma. Tale attività ha portato all’arresto, unitamente a numerosi camorristi del clan diretto dai fratelli Pasquale e Michele Zagaria, di due imprenditori di Parma.

Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali e dalle investigazioni espletate dalla DDA di Bologna è emerso uno spaccato di particolare interesse, riguardante le ramificazioni della mafia nel territorio emiliano, con riferimento alle modalità con le quali si ottenevano delicati ed oltremodo remunerati sub-appalti nell’ambito del lavori della linea del treno ad alta velocità. Sono stati infatti accertati contatti con il capo-famiglia di Villabate che periodicamente raggiungeva, sempre nel modenese, i suoi uomini di fiducia.

In sede di coordinamento investigativo con la DDA di Palermo è emersa l’esistenza di un procedimento contro la famiglia di Villabbate presso quella DDA e, di conseguenza, si sono trasmessi a Palermo rilevanti atti di indagine. Il procedimento si è concluso con l’emissione di una misura cautelare del giudice per le indagini preliminari distrettuale nei confronti di numerose persone, fra cui i due imprenditori operanti a Nonantola (MO), per la fattispecie di cui all’articolo 416-bis del codice di procedura penale.

Per quanto riguarda la `ndrangheta, da anni si registra una significativa presenza di malavitosi di origine calabrese dediti, in prevalenza, alle estorsioni, al narcotraffico, all’ingerenza nel sistema degli appalti e al gioco d’azzardo, facenti capo alle ‘ndrine crotonesi «Grande Aracri» e «Vrenna», nonché alle cosche reggine Nirta, Strangio, Mammoliti e Vadalà-Scriva.

Da indagini condotte dalla DDA bolognese è emersa, infatti, la presenza, nelle provincie di Bologna, Modena, Ferrara, Forlì e Reggio Emilia di soggetti legati alla `ndrangheta calabrese riconducibili a diverse cosche, come di seguito meglio specificate.

A Modena sono stati negli ultimi tempi tratti in arresto alcuni latitanti, di indubbio spessore criminale, tra i quali Barbaro Giuseppe dell’omonima cosca di Plati, Muto Francesco dell’omonima cosca di Cetraro (CS), Cariati Giuseppe della cosca «Locale di Cirò» egemone nei comuni di Cirò e Cirò Marina.


A Reggio Emilia, le indagini succedutesi nel tempo hanno permesso di affermare con certezza un forte radicamento di affiliati alle cosche di Cutro e Isola Capo Rizzuto Arena Dragone e Grande Aracri Nicosia.

Solo di recente, a conclusione di un complesso iter processuale, in data 19 aprile 2007 la Corte d’appello ha confermato la condanna, pronunciata dal G.U.P. distrettuale di Bologna, per diversi componenti di spicco del suddetto gruppo malavitoso, anche per la più grave fattispecie associativa di cui all’articolo 416-bis del codice di procedura penale, nonché per le aggravanti previste dall’articolo 7, legge n. 203 del 1991.

Merita di essere ricordata anche un’articolata indagine della DDA di Catanzaro che nel 2006 ha determinato l’arresto, a seguito di numerosi omicidi verificatisi in Isola Capo Rizzuto, di soggetti calabresi, ritenuti esponenti delle due cosche cutresi residenti a Reggio Emilia e provincia, coinvolti in attività di riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite delle cosche operanti in quel Comune.

L’ufficio requirente ha segnalato la circostanza – emersa da diverse indagini – che siffatte organizzazioni, pur non avendo una presenza forte e pressoché stabile nei comuni di Bologna, Ferrara e Piacenza riescono ad acquisisire, tuttavia, sotto il proprio controllo una buona parte dello smercio degli stupefacenti, collaborando con altre organizzazioni costituite da gruppi stanziali composti, quasi sempre, da cittadini extracomunitari, in stragrande maggioranza albanesi.


Recentemente, alla luce di elementi emersi nei confronti di alcuni imprenditori di Forlì che, unitamente ad imprenditori sanmarinesi, si adoperavano per riciclare proventi illeciti di un gruppo malavitoso calabrese, su richiesta della Procura di Forli si è sviluppata un’attività investigativa coordinata tra la DDA di Bologna e quella di Catanzaro. L’inchiesta ha anche coinvolto un imprenditore, titolare di un gruppo di società oggetto di indagini per una rilevante bancarotta fraudolenta e sottoposte a provvedimento di sequestro preventivo, ritenute collaterali a gruppi calabresi, riconducibili al crimine organizzato.

Nel già complesso mosaico che caratterizza la criminalità organizzata nella Regione si innestano anche numerosi gruppi di matrice straniera dediti, in alcuni casi anche con forme davvero sofisticate di organizzazione, soprattutto al traffico degli stupefacenti ed allo sfruttamento della prostituzione che, il più delle volte, si intreccia con il fenomeno dell’immigrazione clandestina.

In questo contesto, si è registrato un aumento dei reati di cui agli articoli 600 e 601 del codice penale (tratta e riduzione in schiavitù), collegati allo sfruttamento della prostituzione che, spesso, si manifestano anche con la sottrazione dei passaporti alle vittime, con i controlli su strada e con la limitazione della libertà personale delle ragazze sfruttate.

Vanno, inoltre, considerate con particolare attenzione le indagini riguardanti i gruppi criminali d’origine cinese – operanti soprattutto a Reggio e Bologna – dediti ad estorsioni nei confronti di connazionali titolari di imprese tessili, all’immigrazione clandestina, ai sequestri di persona ed anche al controllo e sfruttamento della prostituzione cinese. In questo ambito, la DDA di Bologna sta sviluppando un’indagine alquanto estesa, delegata alla Guardia di Finanza, volta a smascherare il mondo dell’economia sommersa. L’indagine in parola, allo stato, ha determinato numerosi arresti di cittadini di etnia cinese clandestini, la denuncia di 30 imprenditori cinesi per lo sfruttamento della manodopera clandestina, il sequestro di due dormitori utilizzati da clandestini.


L’attenzione delle forze di polizia e degli organi inquirenti nei confronti della criminalità straniera ha portato, nel corso del 2008, ad un’efficace azione di contrasto, sfociata in diverse operazioni di polizia giudiziaria, con numerosi arresti.

Massimo è anche il livello di attenzione delle forze dell’ordine nei confronti di ambienti estremisti islamici, presenti in Emilia Romagna sin dalla metà degli anni novanta.

Nel quadro della più ampia strategia di contrasto di ambienti ritenuti solidali con la causa dell’estremismo islamico, sono stati pianificati e condotti a termine, da parte delle forze di polizia, numerosi controlli in luoghi di aggregazione giudicati di particolare interesse per le attività info-investigative di contrasto al fenomeno. I controlli effettuati in tutte le province dell’Emilia Romagna hanno interessato, nei primi dieci mesi del 2008, 176 obiettivi ed hanno comportato l’identificazione di 1054 persone, con 6 arresti, 7 persone denunciate per reati vari e 24 espulsioni.

Quanto all’ulteriore questione posta dall’interrogante, relativa all’importanza delle associazioni di categoria in relazione al presidio del territorio, nel rilevare che si tratta di materia di prevalente competenza del Ministero dell’interno, si osserva che nel corpo del disegno di legge recante «Disposizioni in materia di sicurezza pubblica», approvato definitivamente il 2 luglio 2009 dal Senato, ma non ancora pubblicato, è stato introdotto un articolo (articolo 3 comma 40) secondo cui «i sindaci, previa intesa con il prefetto, possono avvalersi della collaborazione di associazioni di cittadini non armati al fine di segnalare alle forze di polizia dello Stato o locali eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale».

Il Ministro della giustizia: Angelino Alfano.

 
 
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