Il 19 marzo di 17 anni fa, come tanti dell’Aversano, mi trovavo anch’io a Casal di Principe a testimoniare lo sdegno della nostra gente contro i camorristi che avevano da poche ore ammazzato, in chiesa, Don Giuseppe Diana. Avevo 17 anni e proprio in quei giorni avevo iniziato a fare il cronista, di nera e giudiziaria, in una delle zone più insanguinate d’Europa.Era l’unico settore in cui un giovane cronista poteva essere remunerato dai giornali locali, lo scelsi sull’onda della passione giovanile e per evitare di passare la trafila dello sfruttamento redazionale, quello del lavorare gratis, ma mai avrei pensato che vivere sul “pezzo” quei drammatici momenti mi sarebbe stato utile anche lontano dalla mia terra, a Parma in quella Emilia opulenta, che alcuni ottusi, nonostante l’evidenza dei fatti, ritengono allergica alle mafie. Si trattò di un assassinio eclatante anche per noi, che sin da bambini siamo abituati ad assistere alle continue esecuzioni decretate dai boss, pochi citano il fatto che l’omicidio avvenne nel bel mezzo di una campagna elettorale tra le più importanti del dopoguerra: erano le prime elezioni politiche, dopo la caduta della cosiddetta prima repubblica. Siccome i camorristi nella loro strategia criminale non agiscono mai a caso, nessuno mi toglie dalla testa che l’uccisione di un prete, con quelle dinamiche e proprio quei giorni, sarà stato un messaggio per chissà chi. I rapporti tra la grande politica ed il Clan dei Casalesi sono una cosa nota, preferenze pilotate e fiotti di sangue fuoriusciti dai corpi crivellati di proiettili hanno modificato le nostre esistenze. Dopo che saltarono gli schemi della prima repubblica, la piovra stava sicuramente rimodulando i suoi rapporti con la politica e le istituzioni in base ai nuovi scenari. Questa contestualizzazione non è mai stata studiata a fondo dagli analisti. Come tanti giovani di quella terra anch’io da lì a poco sarei stato costretto a lasciare i luoghi dell’infanzia per dare alla mia vita un futuro più sereno, lontano dai morti ammazzati, dalle bombe che facevano saltare le saracinesche, dai quei ragazzi che sceglievano le strade dell’antistato e dallo schifio che in generale la Camorra comporta, arrivato qui in Emilia nel 2000 dopo 6- 7 anni di nera e giudiziaria tra Aversa e Casal di Principe, è bastato poco per capire che le nostre tragedie sono state importate anche qui a Parma ma ripulite del sangue di cui sono intrise. Anche a Parma ci sono quei beni fintamente puliti che hanno tramutato il nostro sangue in benessere per altri, beni che avvolgono in se gli ingredienti più macabri della sofferenza della mia terra: i lutti di quei morti ammazzati, l’errore di quei ragazzi imberbi che facevano il praticantato per diventare boss, sognando di uccidere coloro che li avevano arruolati nei clan per prenderne il posto, il frastuono di quelle bombe che sovente squarciavano il silenzio della notte, quell’odore acre delle auto carbonizzate con le persone dentro lasciate in aperta campagna, le lacrime e la disperazione dei familiari dei familiari delle vittime. Sentire Giuseppe La Pietra, il referente di Libera Parma, nel giorno dell’anniversario della morte di Don Diana gridare ai parmigiani dal palco al centro della loro bella città, questi fatti della mia terra, precisando che essi riguardano anche Parma, a me che sono andato via per schiavarli provoca uno strano effetto. Un elenco di nomi e fatti che fanno venire in mente le parole di Don Diana: “Per Amore del mio popolo non tacerò”.
Salvatore Pizzo