In Italia esistono tuttora undici Comuni, (il Comune di Cornaredo_Milano ha cancellato Via Tito, il Comune di Scampitella_Avellino, ha presentato la proposta di cancellazione di Via Tito) fra cui tre capoluoghi di provincia, che si ostinano ad onorare il Maresciallo Tito, alla cui memoria intitolarono un luogo pubblico, celebrativo delle glorie partigiane di Josip Broz.
Oggi, a quasi 35 anni dalla scomparsa del satrapo di Belgrado, quelle Amministrazioni insistono pervicacemente in tale assunto, nonostante le richieste di rimozione, sebbene nella stessa Jugoslavia siano state prese crescenti distanze da un’esperienza politica rivelatasi fallimentare anche sul piano economico e sociale, facendo strame dei sogni di riscatto che avevano salutato l’avvento della Repubblica Federativa.
Basti citare il recente caso di Tomislav Kamarenko, massimo candidato di HDZ alle prossime elezioni generali croate, il quale ha dichiarato senza mezzi termini che, nel caso di vittoria, il primo provvedimento assunto dal nuovo Governo sarebbe quello di cancellare il nome di Tito dalla toponomastica delle città che non abbiano già provveduto: ciò, alla luce dei crimini compiuti dal Maresciallo durante la guerra, e soprattutto nel lungo periodo di gestione del potere, che – come si sa – venne gestito a vita, e quindi per oltre un terzo di secolo.
E’ il caso di sottolineare che le proteste dell’opinione pubblica croata a fronte del pronunciamento di Kamarenko sono state marginali, riducendosi a quelle espresse da qualche congiunto di Tito, da taluni esponenti della superstite vecchia guardia partigiana, e dal notabilato della Dieta Democratica Istriana, la piccola formazione in cui opera una parte della residua comunità italofona.
Intendiamoci: la glorificazione postuma di Tito nelle targhe stradali italiane o croate è problema di scarsa rilevanza concreta, perché il giudizio della storia su quella lunga e plumbea stagione risulta pronunciato in termini irreversibili. Tuttavia, è questione di permanente valore simbolico, in quanto attesta il carattere sostanzialmente impermeabile di talune pregiudiziali ideologiche, incapaci di cedere davanti al linguaggio impietoso dei fatti, ed in primo luogo delle troppe Vittime, non soltanto italiane, rimaste sulle coscienza dello stesso Tito e dei suoi luogotenenti.
A questo riguardo, la convergenza tra l’atteggiamento assunto dalla Dieta Democratica Istriana e quello dei Comuni “titoisti” di casa nostra è un fenomeno da approfondire, perché sottolinea che le posizioni nostalgiche del vecchio regime comunista sono più radicate in Italia (come accade a Parma, Reggio Emilia e Nuoro, i maggiori Comuni capoluogo in cui sopravvive la toponomastica in parola), e nella stessa Istria, dove milita la cosiddetta minoranza italiana, grazie alle cospicue iniezioni finanziarie effettuate dal Governo di Roma nel dichiarato intento di tutelarne i caratteri etnici, fonetici e culturali; ma dove la sua scelta iniziale di restare con Tito, diversamente dai nove decimi della popolazione che aveva scelto l’Esodo, è confermata con tutta evidenza dalle attuali opzioni politiche.
Non c’è che dire: esistono sacche di obbedienza “cieca pronta ed assoluta” (come avrebbe detto il buon Giovannino Guareschi) ad un verbo ormai vanificato dagli eventi storici e dalla maturazione di gran parte delle coscienze, anche nei contesti di sinistra più o meno democratica. Ebbene, queste sacche resistono meglio proprio in Italia, compresa la componente istriana trasferita sotto altra sovranità statuale a far tempo dal 1947; laddove in Croazia e nella stessa Slovenia, da un lato per la ben diversa esperienza del titoismo fatta da popolazioni di significativa maggioranza cattolica, e dall’altro per l’urgenza di problemi economici e sociali ben maggiori, la questione è stata sostanzialmente archiviata, tanto che, come fu detto ormai da tempo, sul mausoleo del Maresciallo crescono le ortiche, mentre diversi ricordi di Tito sono stati venduti al miglior offerente.
Le glorie del mondo sono transeunti, come ammonisce l’antico aforisma cristiano, e quelle che restano a galla sono schegge destinate ad un destino non meno labile, con l’aggravante, per dirla con Kamarenko, di avere supportato le gesta di un sistema criminale in cui i diritti umani venivano negati sistematicamente, e quindi, di un’apologia di reato tanto più grave, in quanto perseguita a dispetto dell’evidenza.
Spiace che tutto ciò sia accaduto in contesti italiani od italofoni di antiche tradizioni patriottiche come l’Emilia, la Sardegna ela stessa Istria, ma la realtà “effettuale” è questa, evidenziando che il percorso verso una consapevolezza critica più matura non sarà breve, tanto più che gli ostacoli tuttora presenti non sono di natura esclusivamente ideologica, ma trovano sponde sicure nella presenza di interessi sulla cui legittimità molto si potrebbe discutere, in quanto ben lontani dal necessario carattere generale, o quanto meno maggioritario.
Resta un fatto indubitabile: il sistema di Tito è crollato integralmente, sia sul fronte interno, dove l’unità statuale della Jugoslavia è soltanto un ricordo, mentre l’autogestione scomparve in una corruzione pletorica ed in un debito pubblico tra i maggiori d’Europa; sia sul fronte internazionale, dove il movimento dei cosiddetti non allineati, promosso dallo stesso Tito, è stato sostanzialmente azzerato sul piano politico, giuridico e militare. In altri termini, se l’errore iniziale era stato umano, sia pure con palesi forzature e non pochi spunti ferini, perseverare in una glorificazione surreale, oltre che largamente minoritaria, non è privo di connotazioni diaboliche.
Carlo Cesare Montani
Toponomastica: VIA TITO
– Aci Sant’Antonio (Catania)
– Campegine (Reggio Emilia)
– Cornaredo (Milano) delibera per cancellazione VIA TITO
– Napoli
– Nuoro
– Palma di Montechiaro (Agrigento)
– Parete
– Parma
– Quattro Castella fraz. Montecavolo (Reggio Emilia)
– Reggio Emilia
– Scampitella (Avellino) proposta attesa delibera
– Ussana (Cagliari)
{fcomment}.