(da Notizie Radicali.it) C’è un signore di 84 anni, si chiama Michele Schiano, è rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. La sua colpa, il suo reato, è quello di non aver rispettato alcuni obblighi di legge mentre era in libertà vigilata per un’accusa di presunte molestie. Michele Schiano non si regge in piedi, quando apre bocca non riesce ad articolare parole ma confusi balbettii, come

possa risultare pericoloso e temibile, non si comprende bene. Però continua a restare chiuso nell’Opg di Aversa: la sua casa è una cella che divide con altri tre detenuti, se ne sta sempre in disparte, solitario e sognante come un bambino messo in castigo: nessuno lo vuole né lo cerca, è un sepolto vivo nel lager più antico d’Italia: il Filippo Saporito di Aversa risale al 1876.

Quand’era libero, Michele Schiano faceva il pescatore. Forse è quella vita fatta di fatica, sacrifici, freddo, poche soddisfazioni, che lo ha fatto uscir di testa? Fosse pure così, l’Opg di Aversa è la cura adatta per questo disagio?

Il caso di Michele Schiano di Zenise non è unico nei manicomi criminali italiani: «Ad Aversa – racconta Anna Gioia, insegnante, che da anni opera al fianco dei degenti – sono attualmente detenuti ospiti molto anziani che non vengono dimessi solo perché all’esterno non c’è nessuno disposto ad accoglierli. È un’ingiustizia, irrisolvibile finché non verrà rivista la legge sulla pericolosità sociale: chiunque commetta un reato ha diritto al processo e non a essere sepolto vivo con la scusa dell’incapacità a intendere».

Un paramedico che opera ad Aversa è amaro: «Come Michele Schiano vegetano negli ospedali-prigione italiani decine di cittadini vittime di una giustizia che in troppi casi non contempla il diritto al reinserimento e si adagia nel barbaro concetto del fine pena mai. A volte, succede che le famiglie accettino di riprendersi in casa il matto, ma solo per derubarlo della pensione, svuotargli il conto corrente e ri-seppellirlo nel lager autorizzato».

Ricordano che al Filippo Saporito di Aversa negli anni si sono uccisi due direttori, accusati di nefandezze e post mortem riconosciuti innocenti.

Adolfo Ferraro, ex direttore del manicomio giudiziario di Aversa, dice: «Non c’è motivo per tenerli rinchiusi, l’85% potrebbe uscire subito. Invece, ci comportiamo come il branco fa con il lupo malato: se lo portano dietro, ma solo per scaricare su di lui rabbia, rancori e frustrazione».


Di red