Nel 2013 l’Italia aveva presentato appello contro la decisione del Tribunale Ue che, il 19 aprile dello stesso anno aveva già dato ragione alla Commissione europea per il rifiuto di pagamento dei fondi Ue per la gestione dei rifiuti in Campania. Adesso la Corte di Giustizia europea ha respinto il ricorso presentato dell’Italia e confermato la decisione della Commissione per lo stop ai fondi Ue.

Gli interventi per la realizzazione del piano rifiuti del 2000 avevano dato luogo, secondo la ricostruzione della Corte, a esborsi pari a 93.268.731,59 euro, di cui il 50% (46.634.365,80 euro) cofinanziato con i Fondi strutturali (Fesr). Il rifiuto di pagare il contributo Fesr è stato deciso dalla Commissione alla fine di un contenzioso cominciato nel 2007, quando venne aperta la procedura di infrazione. Il 4 marzo 2010 la Corte di Giustizia ha dichiarato che l’Italia ha violato la direttiva 2006/12 sui rifiuti rilevando che l’inadempimento, oltre a mettere in pericolo la salute dell’uomo, «reca pregiudizio all’ambiente». Poi l’esecutivo di Bruxelles ha chiesto alla Corte di condannarla al pagamento di una mega-multa da oltre 256mila euro al giorno più una somma forfettaria pari a 28mila euro moltiplicato i giorni di persistenza dell’infrazione, per non aver dato esecuzione alla sentenza del 2010.

La Commissione, scrive la Corte, ha «dunque ritenuto che il procedimento d’infrazione rimettesse in discussione l’intero sistema di gestione dei rifiuti in Campania e che non vi fossero garanzie sufficienti quanto alla corretta utilizzazione delle operazioni cofinanziate dal Fesr» e, pur permettendo una deduzione di spese, ha dichiarato inammissibile il pagamento di 18,5 milioni di contributo. Il Tribunale del Lussemburgo il 19 aprile 2013 ha dato ragione alla Commissione ed oggi la Corte di Giustizia ha «respinto tutti gli argomenti dell’Italia ed il ricorso nel suo complesso» confermando che il procedimento di infrazione da un lato riguardava «l’intero sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti in Campania, inclusi il recupero o la raccolta e l’inefficacia della raccolta differenziata», dall’altro gli interventi che si sarebbero dovuti fare che «includevano gli aiuti per la creazione di un sistema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani, il recupero o la raccolta dei rifiuti a valle della raccolta differenziata nonché la realizzazione di discariche».

«Dal 2010 la Regione Campania, guidata da Stefano Caldoro, ha fatto tutto quello che, per legge, doveva fare. Lo conferma, paradossalmente, proprio la sentenza della Corte di Giustizia di Bruxelles che inchioda impietosamente alle proprie responsabilità chi ci ha preceduto ed oggi cerca di speculare per esigenze elettorali e per nascondere le colpe. Infatti Il procedimento si riferisce al periodo di programmazione 2000-2006». Così l’assessore regionale all’Ambiente, Giovanni Romano, sulla decisione della Corte di Giustizia Europea con la quale è stato respinto il ricorso dell’Italia. «La sentenza – asserisce Romano – stabilisce un principio legato alla mancata pianificazione degli scorsi anni circa il ciclo dei rifiuti urbani e le bonifiche delle aree inquinate. La Commissione europea, sulla base della sentenza, potrebbe non riconoscere parte delle spese sostenute con il POR 2000-2006. Invece, grazie alla Giunta Caldoro e alla approvazione del piano dei rifiuti urbani, del piano dei rifiuti speciali e del piano regionale delle bonifiche, operativi da oltre due anni, la Regione sta regolarmente certificando alla Commissione Europea gli investimenti del POR FESR 2007- 2013 riguardanti i rifiuti.». L’assessore Romano ribadisce che «non spetta alla Regione gestire e realizzare impianti, ma ad una filiera istituzionale che ancora non si è consolidata. Noi stiamo completando quelli lasciati incompleti e gravati da contenziosi e debiti. La sentenza indica chiaramente che ora più che mai, occorre decidere e agire concretamente. Non è più tempo di ideologie, pregiudizi, veti e ritardi».

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