Due comandanti legati dalla stessa origine e dalla tragica vicenda avvenuta il 13 Gennaio alle 21:45, a largo dell’Isola del Giglio. Un incidente, quello della “Concordia”, nave ammiraglia della compagnia Costa Crociera, che ha visto coinvolti 4.229 passeggeri, con 11 vittime e 29 dispersi. Mentre procedono ininterrotte le operazioni di soccorso, per cercare di scongiurare l’aumento del numero delle vittime, il mondo si sofferma ad osservare sbigottito l’immagine di quel colosso di 115 mila tonnellate di comfort e tecnologia, rovesciatosi a causa di una falla, provocata dall’urto violento con uno scoglio.
La storia ormai è nota, per offrire ai crocieristi il consueto spettacolo del saluto, la “Concordia” segue la solita tratta sicuramente più suggestiva ma, che comporta il fatto di dover passare su una secca con una luce di un chilometro tra gli scogli emergenti. Questa volta la regolare procedura è malfatta, la nave infatti, non viaggiando entro i limiti di sicurezza, ma a 3 km più a nord rispetto la rotta usuale, va in collisione e naufraga. Qui entrano in gioco le responsabilità del comandante Francesco Schettino, arrestato per abbandono della nave, omicidio colposo plurimo e disastro. Le indagini delle forze dell’ordine e delle autorità marittime proseguono, per cercare di individuare le effettive responsabilità. Ma ad aggravare la situazione di Schettino agli occhi del mondo è quel gesto di vigliaccheria, quella mancanza di coraggio che poco si addice ad un comandante. Il fatto che abbia lasciato la nave mentre c’era ancora tanta gente da soccorrere, peggiora la posizione di quest’uomo che ormai viene tacciato di disonore e codardia. In particolare, a far scalpore e la telefonata riportata dalla stampa, dalle tv e circolante in rete, fatta dal capitano di fregata Gregorio De Falco. Una voce autorevole, indignata e un tono perentorio che ordina a Schettino di tornare a bordo per coordinare i soccorsi, dall’altra parte una pavida risposta e il palesarsi dell’incapacità di gestire le drammatiche conseguenze del suo sbaglio. Due militari, due uomini del sud, ed un diverso modo di agire. l’Italia oggi vede in De Falco l’uomo perbene, d’onore che da comandante e da laureato in Giurisprudenza, per nessuna ragione avrebbe abbandonato la nave, disertato e tradito la sua gente ed il suo codice. Mentre, ritrova in Schettino il “classico” dipinto del napoletano e dell’italiano truffaldino ed opportunista. L’immagine di Schettino è associata come non mai alla figura dell’amministratore italiano, che vede la nave affondare e con noncuranza fugge via, pensando solo a se stesso. Sono tempi duri, dove chi svolge il proprio dovere viene visto come un eroe. Tutti noi ci siamo talmente disabituati a scorgere correttezza, rispetto e giustizia, nell’atteggiamento di chi ricopre cariche importanti, che quando uomini come De Falco prendono in mano la situazione, ci sembra di riscattare anni di sopportazione. Ma bisogna ricontestualizzare la vicenda, la condanna mediatica non ha nulla di onesto, se di errore umano si è trattato, chi ha sbagliato pagherà!
Ester Pizzo