FOTOGRAFI 1 TERRITORIO Testo Raffaele Cutillo
Fotografie di: Salvatore Di Vilio_Mario Ferrara_Giovanni Izzo_Francesco Rinaldi per Terra di Lavoro.
Territori al Limite_25 marzo 2011, palazzo della Provincia_Caserta
La Memoria, condizione della suadenza, riduce masochisticamente se stessa in un tempo contratto. Di contro il Presente, luogo dell’ineffabile, lascia scorrere sadicamente le immagini del Contemporaneo attraverso la protettiva lentezza di cui è informato il nostro sguardo. Lo stacco tra ricordo e attualità è immediato, in assenza di gradualità.
Così, quattro diverse coppie di occhi, quattro fotografi, indagano, senza filtro d’ipocrisia, l’essere del paesaggio casertano. Luogo di tutti. Perché il paesaggio è, nella sua essenza democratica, senza appartenenza di alcuno.
Dopo la "velocità" di canapa, Atella, Vanvitelli e Capua, chiostri, Matres, anfiteatri, teatri e castelli, colleciniane città dell’Utopia o di Carditello, perfetti campi agricoli e città segnate dall’acqua vitale, dopo tutto questo, l’obiettivo si tuffa nella "lentezza" del caos dell’oggi.
Ecco.
Salvatore Di Vilio, maestro del bianco e del nero, percorre di notte la strada tra Caivano ed Aversa (sintesi estrema della contraddizione urbana) con la intrigante e apparente casualità di "semplici" scatti da un cellulare che si fanno, in realtà, arte pura. E trae bellezza inaspettata dalla forza del contrasto ombra/luce, pur lasciando trasudare da una morbida patina la complessità di quel degrado cui siamo affezionati e dal quale restiamo irretiti. Che ci immobilizza e ci ipnotizza restituendoci una subdola estetizzazione della sua natura volgare. Le sue immagini incitano riflessioni e dialettica, scrittura. La fotografia è incipit che irrompe nel pensiero, scardinandone certezze consolidate.
Mario Ferrara ci conduce alla Nuova Atella nata, spudoratamente, sul prezioso Profondo di una terra che si de_cicatrizza per offrire l’archeologia di una perfetta città antica e si imbeve di acqua putrida, filtrandola sapientemente, pur di cibare radici di svettanti viti maritate. Lì, dove la forzata piantumazione di palme si contrappone all’orizzontalità di rassicuranti nastri di asfalto, in un tripudio di balconi, corpi scala, finestre infilate e ferri in attesa. Lì, dove specchi d’acqua mai convogliata e campi in attesa di giudizio riflettono l’effimero della banalità. Non è, qui, una denuncia al delirio ma scientifica sequenza di limpidi frames di quanto "è".
Giovanni Izzo infila nella piaga il coltello della sua fibrillante Leica. Da Bagnara al Garigliano, sezionando l’intero Litorale Domitio, corre, con gli occhi, il mare. Un mare che si vendica e sradica ogni cosa, strappa cemento alla sabbia e trascina sulla cresta delle onde costruzioni fondate sul nulla. Un mare, mai sufficientemente contrastabile, che assorbe il vizio della forma architettonica e resta dominante percezione, nonostante il camorristico recinto di vetri e graticci. Ma, su quelle tracce di ossi animali e cadaveri di meccanismi insabbiati, di sacre creature e ringhiere bombate, vince un silenzio premonitore. Una naturalità di suono che è potenzialità di riscatto.
Francesco Rinaldi spicca il volo e ci dona la visione dai cieli. Solo da quella posizione, purtroppo per noi innaturale, torna lo stato reale delle cose. Il fiume Volturno, nel suo sinuoso geometrico, si fa linea conduttrice di bellezza. Perduta e dilapidata ma non impossibile da restituire. Fluidamente, lungo le sponde di acqua scura e luccicante, si aggrappano le speranze degli uomini, come da sempre nella storia. Questo fiume_padre si piega e taglia i campi, si lascia penetrare da piloni di cemento e dilapidare di preziosa sabbia, disegna limiti di città e annega coltivazioni al suo limitare. Nel suo assecondare l’Artificio delle genti resta la sua forza. Una vera lezione per gli uomini che ancora non imparano, invece, ad assecondare la Natura.
E poi, alla fine di tutto, è ancora work in progress. Perché il paesaggio è organismo vivo, in perenne mutazione e modificazione. In attesa di altri occhi.
Raffaele Cutillo_24 marzo 2011