Pretendeva di sfoggiare abiti firmati nonostante fosse detenuto al regime del carcere duro, la Cassazione ha bocciato la pretesa di un boss del Clan dei Casalesi (gruppo Schiavone) accogliendo un ricorso presentato dalla procura di Reggio Emilia. In prima istanza il giudice di sorveglianza aveva accolto la richiesta dell’uomo detenuto nel carcere di Parma.
Stando a quanto filtra da indiscrezioni giudiziarie, la decisione è stata impugnata dal procuratore capo di Reggio, Giorgio Grandinetti, anche per arginare richieste da parte dei carcerati,di poter ricevere dall’esterno beni di lusso. La Cassazione bocciando la richiesta del detenuto, volta a «ricevere e detenere capi di abbigliamento ed accessori particolarmente costosi e di tipo lussuoso». l’ha rinviata al giudice affinchè la riveda. Per la Suprema Corte, il fatto che un boss dietro le sbarre vesta in maniera particolarmente elegante, potrebbe costituire motivo di “distinzioni, vassallaggi, ossequi o invidie e simili gravi turbative, ben pericolose per l’ordine e la sicurezza”, quanto meno interne al carcere.
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