(riceviamo e pubblichiamo) Ormai tutto il Maghreb è esploso come una vera bomba a orologeria, innestata da “chi” può essere ipotizzato, ma tale analisi è piuttosto complessa e lungi dall’essere attendibile. Ciò che più preoccupa in questo momento sono le notizie che arrivano dall’altra sponda del Mediterraneo, suscettibili di gravi ripercussioni nel Bel Paese. I regimi più o meno dittatoriali del nord-Africa stanno
cadendo uno dopo l’altro: Ben Alì in Tunisia e Mubarak in Egitto sono stati costretti a dimettersi nel giro di pochi giorni, mentre altre rivolte della popolazione scuotono l’Algeria, il Bahrein, lo Yemen, minacciando di estendersi al Marocco e ad altri paesi arabi, Iran compreso, con una grande incertezza circa il futuro assetto istituzionale di tutte le nazioni coinvolte. Né c’è da fare troppo affidamento sul principio di autodeterminazione dei Popoli, considerati i sospetti di “pilotaggio” di tali sovvertimenti che sembra quasi avvenuto in maniera meno evidente ma più sofisticata di quanto accaduto, per esempio, in Afganistan e in Iraq; comunque sia, la storia dimostra che quando i paesi “occidentali” hanno messo le mani avanti nel mondo dell’Islam, con la scusa di esportare “democrazia”, alla fine hanno solo causato disastri e bagni di sangue, ottenendo l’effetto contrario di quello desiderato. Soprattutto la situazione in Libia, ancora più complessa e nevralgica delle altre, sta turbando la servile Italietta, il cui Governo pochi mesi fa ha accolto con tutti gli onori, cavalieri berberi e 500 fanciulle italiane ingaggiate per una lezione pubblica sul Corano comprese, il beduino sanguinario Gheddafi, facendoci vergognare in tutto il mondo. Occorreva prendere le distanze molto tempo fa dal regime di costui che, quarant’anni or sono, dopo aver depredato di tutti i loro averi e cacciato via a calci nel sedere i circa 20.000 italiani residenti in Libia, si è palesemente reso responsabile del genocidio dei suoi oppositori e non solo (chi non ricorda l’aereo esploso a Lockerbie in Scozia nel 1988 e, per altri aspetti, quello di Ustica o la strage di Bologna nel 1980?). Non è da una sola settimana che tali metodi violenti vengono applicati causando migliaia di morti, solo che ora, vista la mala parata, questo criminale legalizzato fa ricorso all’esercito e all’aeronautica, se pur con molte diserzioni. Per troppo tempo i nostri "astuti" politici e uomini d’affari hanno badato a guadagni facili, fiutando l’odore dei soldi e chiudendo entrambi gli occhi che oggi anche la Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, chiede di riaprire. Si è data così credibilità a uno spietato dittatore, in cambio di fonti energetiche e ritorni economici personali, sanando inoltre il “contenzioso” coloniale con la Libia con l’impegno a sborsare cinque miliardi di euro di indennizzo all’anno per la “dannosa” presenza italiana che ha valorizzato i tutti i modi un territorio desolato di sabbia e sassi. Che la resa dei conti arrivi anche per Gheddafi è, pertanto, auspicabile, ma è anche vero come questa rivoluzione sia foriera di gravi ripercussioni per il Bel Paese, sia in termini di nuovi flussi migratori considerato che lì il Mediterraneo è piuttosto “corto” per i barconi di disperati, che il resto d’Europa molto “altruisticamente” ha già dichiarato di non voler assorbire, sia in termini economici e di approvvigionamenti energetici. Ma mentre l´Europa e il mondo hanno da subito deplorato gli avvenimenti libici (anche se poi l’Onu non ha deciso alcuna sanzione…), il Capo del Governo Italiano, Silvio Berlusconi, ha brillato per la sua assenza, tardando nella condanna delle violenze con l’alibi di non voler “disturbare” l’amico Gheddafi in un momento così delicato e forse confidando in una rapida dissoluzione della rivolta. L’Italia “amica” è stata, per “gratitudine”, anche accusata dal “Colonnello” di aver armato di razzi i manifestanti: non è dato sapere quale potenza occidentale li abbia eventualmente forniti, ma è auspicabile che almeno uno di questi gli finisca nel c…o. Siamo, insomma, diventati il paese delle scuse: come per la Slovenia e l’Eritrea così per la Libia, dopo il danno la beffa: forse un domani chiederemo scusa alla Macedonia, alla Pannonia o all’Iberia. Ora urge chiudere il rubinetto dei soldi (dieci miliardi di euro in cambio di petrolio e gas, pari al 24% e al 12%, rispettivamente, del fabbisogno nazionale, oltre i cinque regalati di cui sopra ogni anno) finché in Libia non venga instaurato uno Stato che rispetti i diritti umani e le garanzie sociali, come dovrebbe essere nei rapporti internazionali politici e commerciali a livello planetario. Dovremo, pertanto, scontare gli errori in materia di geopolitica energetica reiterati in diversi decenni: servilismo mai con nessuno, cooperazione paritaria con altri, anche se di cultura diversa dalla nostra, sempre (tranne che con gli assassini). Peraltro, ormai, fino a un remoto stabilizzarsi della situazione in nord-Africa, non potremmo avere nessuna garanzia di controllo dei flussi migratori: vorrà dire che, lasciando inoperanti gli impianti delle società a partecipazione italiana, come vere cattedrali nel deserto, stringeremo ulteriormente la cinghia e un buco in più o in meno non farà poi tanta differenza.
(Roberto Bevilacqua)
(Roberto Bevilacqua)