
Uomini, fatti e ritratti di Aversa — 2011 (Osservatorio Citttadino)
Uomini, fatti e ritratti A cura di: Alessandro Carotenuto;
Testo di: Germano Carotenuto Illustrazione di: Carlo Capone
Didascalia sotto il ritratto: il maestro Stanzione con alle spalle la chiesa di “San Massimo” ad Orta
MASSIMO STANZIONE (Il pittore di corte) Il Seicento fu per Napoli un secolo fecondo sotto molti punti di vista, e certamente lo fu per l’arte, e per la pittura in particolare. In questo periodo, infatti, cominciò a delinearsi, attraverso l’opera di un corposo numero di eccellenti pittori, un’identità artistica che, forse per la prima volta nella storia della città, assunse i caratteri di una vera e propria “Scuola”. Ai fini di questa rilevante svolta fu decisivo, all’inizio del secolo, l’approdo nel Golfo di Michelangelo Merisi da Caravaggio, ma da non sottovalutare fu anche l’apporto dei più importanti maestri della scuola emiliana, come Guido Reni, Giovanni Lanfranco, e il Domenichino. Maturò allora una nuova temperie culturale ed artistica che permise la fioritura di personaggi del calibro di Carlo Sellitto, Fabrizio Santafede, Battistello Caracciolo e, allievo di questi, Massimo Stanzione. Lo Stanzione nacque ad Orta di Atella nel 1585. La storia della sua formazione artistica la possiamo ricavare, come per la quasi totalità dei pittori, scultori e architetti napoletani a lui contemporanei, dall’importante opera di Bernardo de Dominici. Pare che il Nostro si sia avvicinato alla pittura quasi in maniera casuale, ed abbia cominciato a studiarla seriamente prima presso la bottega del rinomato Fabrizio Santafede, poi presso quella di Battistello Caracciolo. Attraverso la lezione di questi due grandi maestri egli maturò, gradualmente, uno stile che fondeva i toni tranquillizzanti del classicismo e del manierismo stemperato dai parametri artistici controriformati, ed il tenebrismo post-caravaggesco. Nel 1617 lo Stanzione si trasferì a Roma, dove soggiornò fino al 1630, e dove poté arricchire il suo stile che si orientò verso una pittura eclettica che trovava spunti in Caravaggio, Guido Reni, Annibale Carracci, Simon Vouet e Artemisia Gentileschi. Proprio con quest’ultima si instaurò un importante sodalizio artistico che fu certamente decisivo per la crescita dello Stanzione, con il quale la Gentileschi si trasferì a Napoli nel 1630, dando vita a quello che de Dominici definì come un “apprendistato informale”. Sembra infatti che il pittore ortese accompagnasse Artemisia per osservarla mentre dipingeva, e che diverse volte abbiano anche collaborato ad alcune opere, come alla “Nascita di San Giovanni Battista”, commissionatagli dal re Filippo IV di Spagna. Tra le opere più famose dello Stanzione figurano diversi ritratti, tra cui quello “di una donna napoletana in costume popolare” (conservato al “Fine Arts Museum” di San Francisco) ed il “Ritratto di Jerome Bankes”; ma i suoi capolavori sono unanimemente riconosciuti nelle grandi pale d’altare e nei cicli di affreschi per le chiese napoletane, e tra questi ultimi è impossibile non ricordare quelli per la cappella San Mauro (1631 – 1637) e per la cappella del Battista (1644 – 1653) nella Certosa di San Martino, e quelli per la basilica di San Paolo Maggiore. Sue opere di notevole bellezza si trovano anche al “Prado” di Madrid, e tra queste sono da citare un grande “Sacrificio di Bacco” e diversi dipinti sulla “Vita di San Giovanni Battista”. Per quanto riguarda invece più specificamente il territorio aversano, un dipinto attribuito allo Stanzione, e alla sua scuola, è presente all’interno della chiesa della Ss. Trinità ( o S. Audeno), e rappresenta la “Sacra Famiglia”. Massimo Stanzione ebbe un ruolo determinante nel percorso che si affermerà nella pittura napoletana del XVII secolo, e la sua influenza sugli artisti locali dei periodi successivi, come Francesco Solimena, fu considerevole. Spesso se ne è parlato come di un artista “allineato”, il de Dominici lo definì “il Pittore che veste alla spagnola”, sottolineandone l’accondiscendenza e la disponibilità rispetto al potere costituito; ma di questo se ne occupò molto bene ed approfonditamente il critico d’arte Rosario Pinto in un suo studio sull’argomento, a cui rimandiamo. Noi ci limiteremo a dire che lo Stanzione fu senza dubbio il pittore più acclamato del suo tempo, il più corteggiato dai nobili e dal clero, e fu certamente sempre prudente nel tenersi equidistante nelle polemiche artistiche e politiche di un’epoca ed in una città piene di cruenti conflitti, che sfociarono, quando lui si avviava ormai alla vecchiaia, nella cruciale rivolta di Masaniello. Nella nostra modesta opera di ricerca, atta a ricostruire per grandi linee la figura di questo importante artista nostrano, è emerso un aspetto misconosciuto della sua vita che riteniamo interessante portare all’attenzione dei nostri lettori. Si tratta della sua produzione di scrittore, arrivata sino a noi attraverso una cospicua mole di appunti, in cui sono raccolte notizie su tutti gli artisti che avevano caratterizzato la storia dell’arte napoletana fino ad allora. Attraverso quest’opera, da cui pare che il de Dominici stesso abbia attinto per le sue “Vite”, egli volle provare a colmare un vuoto che gli sembrò di scorgere nella letteratura della città, attribuendo ad essa (la letteratura) un ruolo imprescindibile non solo nella conservazione della memoria e nel rafforzamento del senso di appartenenza ad una comunità, ma anche nella creazione di miti che siano concime e sprone per i talenti delle future generazioni. Scrive lo Stanzione: “li nostri Letterati, e uomini virtuosi in scrittura, non si hanno curato troppo di registrare li fatti di tanti vituosissimi Professori [gli Artisti], come hanno fatto nelle altre città, e massime in Firenze, dove ogni penna è stata una sonora tromba della fama”. Massimo Stanzione, che nel ’21 fu insignito da Papa Gregorio XV con il titolo di “Cavaliere dello Speron d’Oro”, divenendo in Spagna “Cavaliere Massimo”, e che nel ’27 ricevette da Papa Urbano VIII la carica di “Cavaliere di Gesù”, lasciò questo mondo a Napoli nel 1656, probabilmente colto dalla terribile peste che in quell’anno mieté numerosissime vittime nella capitale del regno, arrivando a dimezzarne la popolazione e simboleggiando, per certi versi, la tragica fine di un’epoca. Germano Carotenuto
{fcomment}